Un sistema ancora troppo frammentato e troppo sbilanciato nell’export nei confronti degli Stati Uniti che l’anno scorso hanno assorbito la metà dell’export siciliano di olio. Con gli altri (pochi) mercati per lo più europei: le principali destinazioni extra-europee pesano per meno del 7% sull’export siciliano. E si capisce dunque la ragione dei timori per i dazi di Trump e la difficile situazione geopolitica. Quello dell’export è solo uno degli aspetti (oggi critici) del comparto dell’olio siciliano che negli ultimi anni è cresciuto parecchio ma necessita di interventi strutturali per renderlo più solido.
Il Forum delle economie
Questioni approfondite a Palermo nell’ambito del forum dedicato alla filiera olearia e organizzato da UniCredit e Confagricoltura Sicilia. Base di partenza per tutti il ragionamento lo studio di Prometeia che fornisce alcuni punti fermi sia che si voglia vedere il bicchiere mezzo pieno (il comparto negli ultimi dieci anni è cresciuto molto), sia che si voglia vederlo mezzo vuoto (sono necessari passi avanti su diversi fronti). E il credito gioca un ruolo non secondario. «Siamo impegnati nel supportare l’intera filiera dell’olio in Sicilia, che si trova a fronteggiare importanti sfide in termini di crescita dimensionale e di competitività sui mercati nazionali e internazionali – dice Salvatore Malandrino, Regional Manager Sicilia di UniCredit -. Sosteniamo le imprese del comparto con un modello di servizio che prevede la presenza di gestori e specialisti Agribusiness dislocati in tutta la regione e con un’offerta di prodotti e servizi su misura per le loro specifiche esigenze. In Sicilia, inoltre, abbiamo già firmato 4 accordi di filiera dedicati al mondo dell’olio al fine di facilitare l’accesso al credito delle imprese associate».
Confagricoltura: «Minacce da siccità e da concorrenza di altri Paesi del Mediterraneo»
Il quadro, rappresentato da Prometeia, è questo: la Sicilia è una delle principali regioni italiane (terza dopo Calabria e Puglia), con oltre 280 mila tonnellate di olive da olio raccolte e una produzione di olio superiore alle 34 mila tonnellate (rispettivamente l’11,4% e l’8,8% del dato nazionale, terza dietro a Puglia e Calabria), con un potenziale per gli oltre 150 mila ettari destinati a questa coltivazione (il 14% dei terreni nazionali) che sembra ancora non completamente espresso. «Emerge una fotografia nitida della situazione della produzione olearia in Sicilia, caratterizzata storicamente da una straordinaria capacità di produrre olio di eccellenza, minacciata e limitata, però, da una parte dalla siccità e dalle condizioni climatiche avverse, dall’altra dalla concorrenza di altri Paesi del Mediterraneo – spiega Rosario Marchese Ragona, Presidente Confagricoltura Sicilia -. La Sicilia continua ad essere la terza regione italiana per produzione di olio d’oliva, ma bisogna lavorare per sviluppare il potenziale ancora inespresso e gestire al meglio i rischi». Nell’ambito della trasformazione industriale in Sicilia vi sono 433 aziende per un fatturato complessivo di 360 milioni e 1129 addetti: Palermo e Trapani sono le province leader nella produzione di olio e nella dimensione media; cinque imprese realizzano circa un terzo del fatturato regionale; nessuna singola impresa (al netto di quelle appartenenti a gruppi industriali) supera i 50 milioni di fatturato (ce ne sono tre in Puglia e cinque in Toscana).
Ridotta dimensione e bassa specializzazione delle aziende
La ridotta dimensione affligge buona parte del comparto agrifood siciliano, e l’olivicoltura non sfugge alla regola: le 97 mila aziende con ulivi hanno una dimensione media di 1,3 ettari, inferiore al dato medio nazionale (1,6 ha, -17%) e molto inferiore a due regioni benchmark (Puglia e Toscana, oltre -35%). Gap che si riduce solo in parte nei territori ad alta vocazione olivicola, con superfici medie che salgono a 1,8 ettari ma sempre inferiori alle altre regioni e al dato italiano. «La ridotta dimensione e la bassa specializzazione determinano difficoltà economico-finanziarie e gestionali che possono compromettere il futuro del comparto – spiega Andrea Dossena, senior specialist di Prometeia – . La natura prevalentemente familiare delle aziende rende molto pressante il tema del ricambio generazionale in agricoltura. La taglia ridotta non ha solo implicazioni su assetti proprietari e aspetti organizzativi, ma impatta sulle risorse finanziarie necessarie ad affrontare gli investimenti».