Il primo marzo 1938 un giovane imprenditore coreano, Lee Byung-chul, registra a Daegu una piccola società commerciale che vende noodle, pesce essiccato, frutta e verdura secca. Ottantotto anni dopo, Samsung è il cuore del più grande conglomerato privato della Corea del Sud, produce chip di memoria, smartphone, televisori e frigoriferi, ed è al centro della corsa globale all’intelligenza artificiale. Nel 2025 il gruppo ha chiuso l’anno con oltre 233 miliardi di dollari di ricavi, nuovo massimo storico, e continua a contendersi con Apple il primato mondiale negli smartphone, mentre una generazione di concorrenti cinesi ne erode le quote di mercato.
Come racconta anche Mehran Gul, autore di The Geography of Innovation, “la storia di Samsung è quella di un’azienda nata nella scarsità della Corea coloniale, cresciuta sotto la protezione dello Stato, diventata campione mondiale dell’elettronica di consumo e oggi impegnata a dimostrare che un colosso quasi centenario può ancora reinventarsi nell’era dell’AI”.
Dai noodle alle “tre stelle”
Il nome Samsung significa “tre stelle” in coreano, simbolo di grandezza e longevità. La società nasce come ditta di commercio alimentare, con sede a Daegu. Nei primi anni l’attività è semplice: import-export di prodotti alimentari, in particolare verso la Manciuria e Pechino.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la guerra di Corea, Lee sposta il baricentro del gruppo verso attività considerate strategiche per lo sviluppo del Paese: zucchero, tessile, assicurazioni, logistica. È l’inizio della trasformazione in chaebol, i conglomerati industriali controllati da famiglie che diventeranno una caratteristica dell’economia sudcoreana.
Il salto nell’elettronica