Storie Web venerdì, Febbraio 23
Notiziario

Per il procuratore generale della Cassazione il saluto romano è reato se rappresenta un pericolo concreto per l’ordine pubblico. Questa la posizione sostenuta dal Pg e avvocato generale Pietro Gaeta, davanti alle sezioni unite della Suprema corte, chiamate a sciogliere il nodo interpretativo sulla rilevanza penale del saluto fascista, con una sentenza attesa nel pomeriggio di oggi.

La pubblica accusa ha chiesto di confermare la sentenza della Corte d’Appello di Milano che ha condannato alcuni esponenti di un movimento di estrema destra che aveva fatto il saluto fascista durante una commemorazione. E con l’occasione ha richiamato i fatti analoghi avvenuti di recente, per il Pg «Acca Larentia con 5 mila persone è una cosa diversa di quattro nostalgici che si vedono davanti ad una lapide di un cimitero di provincia ed uno di loro alza il braccio – ha affermato Gaeta – Bisogna distinguere la finalità commemorativa con il potenziale pericolo per l’ordine pubblico. La nostra democrazia giudiziaria è forte e sa distinguere. È ovvio che il saluto fascista sia una offesa alla sensibilità individuale» ma diventa reato «quando realizza un pericolo concreto per l’ordine pubblico. Non possiamo avere sentenze a macchia di leopardo in cui lo stesso gruppo viene assolto da un tribunale e condannato da un altro». Sono i passaggi fondamentali della requisitoria di Pietro Gaeta che ha indicato nel rischio concreto per l’ordine pubblico la condizione che fa rientrare il saluto romano nel perimetro punitivo della “legge Mancino” del ’93.

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I nodi da sciogliere

Le Sezioni unite, la cui decisione è attesa per oggi, sono chiamate a chiarire tre punti per definire la rilevanza penale del saluto romano. All’attenzione del Supremo consesso c’è la gestualità tipica del disciolto partito fascista, il braccio teso e la risposta “presente” dei camerati all’appello come avveniva nel ventennio. Una condotta che ha spaccato la giurisprudenza sul tipo di reato commesso, rendendo necessario un intervento che consentisse di inquadrare il “saluto fascista” così spesso usato nelle manifestazioni pubbliche commemorative. Secondo un primo orientamento, infatti, il reato da contestare, come avviene più di frequente, è quello previsto dalla legge Scelba del ’52. Norma che, con l’articolo 5, punisce chi «con parole, gesti o in qualunque altro modo compie pubblicamente manifestazioni usuali al disciolto partito fascista».

L’altra via è eccepire la violazione della legge Mancino del 1993, secondo la quale sono vietate le manifestazioni esteriori, gli emblemi o i simboli adottati dai movimenti che abbracciano idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico». Ancora un problema, non banale, ai fini della punibilità, è capire se entrambe le norme configurino un reato di pericolo concreto o di pericolo astratto. Una differenza di non poco conto visto che nel primo caso è necessaria la prova, certo non agevole, della capacità della condotta di ledere il bene tutelato, mentre nel caso di pericolo astratto basta violare la legge per presumere il rischio. Infine le Sezioni unite dovranno stabilire se i due reati sono tra loro in rapporto di specialità oppure possono concorrere e dunque se sia possibile una doppia “punizione” o meno.

Le manifestazioni tra commemorazione ed evocazione

A chiedere lumi alle Sezioni unite sono stati i giudici della prima sezione penale, impegnati a decidere la causa che riguarda il saluto fascista, con il corredo del coro “presente”, fatto in occasione di una manifestazione del 2016, alla quale avevano partecipato circa mille persone per commemorare la morte di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù ucciso nel ’76 da esponenti di Avanguardia Operaia, Enrico Pedenovi avvocato e consigliere del Movimento sociale italiano, assassinato da esponenti di prima linea, lo stesso giorno di Ramelli e Carlo Borsari, gerarca fascista della repubblica di Salò, giustiziato dai partigiani nel ’45. Fatti per i quali il Tribunale aveva assolto gli otto imputati, con una sentenza ribaltata dalla Corte d’appello che aveva invece condannato per la violazione della legge Scelba. Il giudice del rinvio ha sottolineato come l’inquadramento del saluto romano, in genere accompagnato dalla parola “presente”, non incide solo sul ricorso proposto dagli imputati, ma risponde all’esigenza di assicurare un’interpretazione uniforme «su questioni di notevole importanza».

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