La stagnazione prolungata della produzione industriale impone oggi un ripensamento profondo e non più rinviabile delle politiche pubbliche a livello regionale, nazionale e europeo. In questo contesto, la crisi del gruppo Stellantis non appare come un episodio isolato, bensì come la manifestazione più emblematica di un rischio sistemico: quello di una deindustrializzazione “assoluta”, che determina una erosione definitiva di competenze e capacità produttive che hanno costituito l’ossatura dell’economia italiana per oltre un secolo.
Il Nord-Ovest
Il dibattito innescato dal “Manifesto” sulla reindustrializzazione della Toscana (Il Sole 24 Ore del 3 dicembre 2025), ha avuto il merito di riaccendere i riflettori sulle aree di più antica industrializzazione, come il Nord-Ovest. In quest’area, la manifattura continua a essere il motore del valore aggiunto locale, anche se l’evoluzione degli ultimi tre decenni è impietosa: a Torino, l’occupazione industriale è calata del 40%, con una traiettoria di declino che mette a rischio le prospettive future. Questo smottamento ha colpito i pilastri su cui si era fondata la prosperità del territorio: il settore automotive – che con le economie distrettuali attraeva investimenti e imprese estere – e le imprese di grandi dimensioni, che garantivano efficienza grazie alle economie di scala. Negli ultimi anni, questa parabola discendente si è accentuata, trasformando i vecchi punti di forza in evidenti elementi di fragilità.
Le aree industriali, come Torino, oggi si trovano a un bivio, sospese tra tre processi evolutivi che convivono in modo spesso contraddittorio. Il primo processo è la terziarizzazione dell’economia, che sposta il baricentro delle attività dal manifatturiero ai servizi per le imprese, con molti addetti che continuano a lavorare per l’industria pur essendo inquadrati in aziende di servizi. L’evoluzione garantisce maggiore efficienza all’apparato industriale, riducendone i costi fissi e rendendolo più agile. La spinta verso la riclassificazione delle attività è oggi alimentata anche da fattori esterni, come la necessità di minimizzare gli effetti dei dazi dell’amministrazione Trump, che colpiscono più duramente le merci fisiche rispetto ai flussi di servizi e conoscenza.
La globalizzazione
Il secondo processo è la mancata riconversione delle attività tradizionali che non riescono a reggere l’urto della globalizzazione e del cambiamento tecnologico. Questa deindustrializzazione genera declino economico e fragilità del tessuto sociale, con la perdita di identità lavorative storiche che non trovano uno sbocco nel nuovo mercato del lavoro. Il terzo processo rappresenta invece l’elemento di speranza: la nascita di una nuova manifattura ad alta tecnologia che si sostituisce gradualmente all’industria tradizionale. L’esistenza di questo fermento è confermata dall’uso delle tecnologie di Industria 4.0, dalla presenza di start-up innovative, dai brevetti e dagli addetti nei centri di ricerca. È una metamorfosi che richiede mansioni complesse e un livello di istruzione elevato. Esempi di successo esistono, anche se rimangono sporadici.
La politica industriale dovrebbe governare simultaneamente queste tre dinamiche, favorendo una traslazione verso l’alto della funzione di produzione. Non si tratta di invocare una reindustrializzazione nostalgica, quanto di promuovere produzioni “geneticamente modificate” dall’uso pervasivo delle tecnologie digitali. Parliamo di una strategia post-industriale che integri manifattura e servizi avanzati, superando i limiti dei precedenti strumenti pubblici. I parchi scientifici, i centri servizi e gli incubatori di start up hanno raramente prodotto i risultati sperati per la carenza dei fattori produttivi abilitanti, quali capitale umano e finanza per l’impresa.
