Storie Web venerdì, Febbraio 23
Notiziario

Questa volta il nome della Rai per il momento non è stato neanche ventilato. Nell’elenco delle società che il Governo avrebbe in mente di privatizzare per raggiungere l’obiettivo dei 20 miliardi di euro da incassare nel giro di tre anni, non figura la radiotelevisione pubblica. Parte di tali risorse, secondo le indiscrezioni finora trapelate, potranno al massimo arrivare dall’alienazione di un’ulteriore quota di Ray Way, la società che gestisce le torri di trasmissione, controllata al 65% dal gruppo Rai e quotata dal 2014 a Piazza Affari.

Uno sbarco in Borsa che all’epoca era stato anche interpretato come il primo passo per la privatizzazione della Rai. Ma è dalla notte dei tempi che i vari partiti politici, chi prima e chi dopo, a corrente alternata, propongono la privatizzazione della Rai. Nel 1995 era stato anche promosso un referendum, da Radicali e Lega Nord, per aprire la Rai ai privati.

L’obiettivo dichiarato dei promotori era quello di interrompere il connubio tra politica e Tv statale. Immaginavano un azionariato diffuso. Il referendum superò anche il quorum. Un esito però a oggi ancora disatteso nei fatti, con la politica che conta più di prima. Almeno a sentire gli stessi partiti politici che, puntualmente, quando vanno all’opposizione chiedono a gran voce “via i partiti da Viale Mazzini”, salvo poi abbassare i toni e cambiare idea quando sono al Governo.

Il punto di partenza, che poi in realtà rimane il vero punto di domanda, è quello di sciogliere ogni dubbio al dilemma se per garantire il pluralismo ci voglia lo Stato o faccia meglio la concorrenza. Un quesito che da sempre, almeno dagli anni ’80 con l’avvento della Tv commerciale e la fine del monopolio di Stato, suscita un dibattito politico che vede contrapposte posizioni apparentemente molto polarizzate (“bianche” o “nere”), ma che per ogni stesso interlocutore in realtà sono discordanti, altalenanti e poco coerenti analizzandole nel tempo. Tutto dipende dal ruolo che in quel momento il politico di turno riveste. Chi va al Governo difficilmente vedrà con favore una totale o parziale privatizzazione della Rai. E qualora dovesse succedere, sarebbe opportuno evitare di dirlo solo per sollevare i classici polveroni che poi impediscono di agire e guardare lontano.

Qualsiasi idea di cedere la Tv di Stato, qualora la si volesse realmente far andare in porto, deve partire dalla consapevolezza che prima di procedere occorre renderla più competitiva, innovativa e appetibile. Un lavoro che deve quindi partire da lontano. E se vendere potrebbe rivelarsi una buona idea, rimane poi da chiedersi: chi la compera? L’idea dell’azionariato diffuso regge ancora? Non dimentichiamoci che nell’era dello streaming e dei social, il valore (non solo politico) del possesso di una televisione è destinato via via a ridimensionarsi.

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