Storie Web giovedì, Febbraio 29
Notiziario

La premier Giorgia Meloni ha ribadito la volontà di portare a termine un processo di privatizzazioni affermando che l’obiettivo di cedere 20 miliardi di asset in tre anni «si può fare». Per arrivare al 2026 con qualche risultato è necessario che ora, oltre ad annunciare, si comincino ad avviare le procedure necessarie per poter procedere alle dismissioni.

Al momento ancora nulla di ufficiale è stato fatto. Le operazioni più facili da realizzare velocemente sono naturalmente le società quotate. Ancora di più lo sono quelle aziende per le quali l’ultimo governo prima dell’avvento dell’esecutivo giallo-verde, dunque ben prima della pandemia, aveva già immaginato un percorso di cessione. Torniamo quindi al governo Gentiloni, tre anni dopo la quotazione in Borsa di Poste Italiane . Allora si immaginava di andare avanti con una nuova tranche della società dei recapiti da mettere mercato; di pari passo si intendeva procedere alla vendita di una quota di Eni , dopo che la società avesse realizzato operazioni di buyback (con annullamento delle azioni in circolazioni) in modo tale da arrotondare in eccesso le partecipazioni azionarie dei soci (l’effetto diametralmente opposto di quello di un aumento di capitale) e creare un nuovo cuscinetto di titoli che il Mef potesse vendere sul mercato.

Non a caso, l’esecutivo Meloni riparte proprio da lì. Un aspetto che andrebbe, però, rilevato è che i corsi azionari di queste due società oggi non sono ai massimi: il titolo Poste Italiane viaggia attorno a 10 euro, sotto gli oltre 11 euro raggiunti a inizio 2019. Eni è tornata ai livelli pre pandemia, a quota 15 euro (tra il 2020 e il 2022 le quotazioni erano più basse), dopo che una parte del piano di buy back è già stata avviata e dopo gli anni d’oro dei cosiddetti extraprofitti fatti quando il prezzo del gas è arrivato alle stelle.

Enel, Enav e Leonardo: perché non si possono cedere

Le difficoltà arrivano quando si vuole andare oltre questi obiettivi che sono, tutto sommato, a portata di mano. Non basta fare l’elenco delle partecipate pubbliche per avere automaticamente la lista delle società da vendere. Enel , ad esempio, non rientra tra le papabili: qui la quota dello Stato è sceso al 23,5%, sotto il livello minimo oltre il quale un potenziale “scalatore” dovrebbe lanciata un’offerta di acquisto obbligatoria sul 100 per cento del capitale, e cioè il 25 per cento. Va ricordato che questa barriera è stata superata non per scelta di un governo che ha privatizzato, ma perché lo ha deciso il management della società (allora guidata da Francesco Starace): con l’incorporazione di Enel in Enel Green Power, allora quotata, i soci del gruppo elettrico si diluirono. Ridurre ancora la quota pubblica significa peraltro esporre sempre di più la società al rischio che, in assemblea, i fondi di investimento riescano ad avere un numero sufficiente di voti per bocciare la lista per il cda proposta dal ministero dell’Economia e votarne una alternativa. Un pericolo sventato nel corso dell’assemblea del 2022, ma sempre in agguato.

Anche società come Enav e Leonardo sono da escludere, seppure per motivi diversi. Il titolo Enav è arrivato ai minimi storici; in ottobre è finito al di sotto del prezzo di collocamento dell’Ipo, scendendo a 3,1 euro. Oggi è risalito al prezzo di collocamento (3,3 euro) e galleggia. Le azioni Leonardo, invece, hanno preso il volo da qualche mese, passando da 11 a 16 euro. Cedere partecipazioni in queste società significa, in ogni caso, incassare qualche centinaio di milioni di euro. Poca cosa rispetto ai 4-5 miliardi che potrebbero arrivare dalle cessioni di Poste ed Eni. Leonardo, poi, opera nel settore della difesa: la premier Meloni insiste molto sul controllo delle partecipate che deve restare in mano pubblica; difficile immaginare che in Leonardo si scenda sotto al 30 per cento.

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