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Ancora una volta è Giorgia Meloni a condurre il gioco, a determinare le scelte degli alleati e degli avversari. È questo, in estrema sintesi, il contesto nel quale i partiti italiani si preparano alla lunga corsa verso le elezioni europee, snodo fondamentale non solo per le vicende interne. A tenere banco da qualche settimana è il nodo delle candidature dei/delle leader di primo piano e degli/delle esponenti di governo. Tutto parte, appunto, dall’intenzione di Giorgia Meloni di candidarsi capolista in tutte le circoscrizioni a un appuntamento che è cruciale anche per la collocazione della sua creatura politica sul piano internazionale.

Un’intenzione che per ora è ancora tale, dal momento che manca ogni forma di ufficialità, ma che è bastata per mandare nel panico alleati e avversari. I leader degli altri partiti hanno cominciato a interrogarsi sull’opportunità di misurarsi direttamente con lei alla prova delle urne, o comunque di personalizzare un voto che ha anche altri aspetti di complessità. La questione del consenso personale, però, è centrale. La presidente del Consiglio, infatti, gode di una popolarità altissima e i sondaggi continuano a collocare il suo partito intorno al 30%. È plausibile che la combinazione di questi due elementi porti Meloni a ottenere una valanga di preferenze personali, il che rischia di essere un “fatto” politico di estrema rilevanza. In molti hanno notato che già in passato è avvenuto che leader sulla cresta dell’onda ottenessero risultati personali fragorosi, ma il contesto attuale è molto diverso. Solo per restare nel campo del centrodestra, ad esempio, va ricordato il caso di Silvio Berlusconi, che nel 2009 da presidente del Consiglio ottenne 2,7 milioni di preferenze, ma contemporaneamente a un poco lusinghiero risultato del suo partito. Più simile, per impatto e conseguenze, il paragone con Salvini, che nel 2019, da vicepresidente e ministro dell’Interno prese circa 2,3 milioni di preferenze. Ma nella configurazione attuale del quadro politico italiano, con l’opposizione piuttosto sfilacciata (e con leader in competizione fra loro) e una maggioranza netta in Parlamento, un risultato clamoroso alle Europee darebbe a Meloni una legittimazione ulteriore per marginalizzare gli alleati e una spinta decisiva per realizzare quel piano di cambiamento complessivo di cui parla da tempo.

Che fare, dunque? La risposta non è scontata. Perché se è vero che il confronto numerico con Meloni è perso in partenza, allo stesso tempo ci sono altri fattori da considerare. La candidatura personale è un elemento fondamentale per trainare il consenso dei propri partiti, anche grazie alla maggiore efficacia dell’esposizione comunicativa di leader conosciuti e apprezzati. Candidarsi o meno rischia di essere una partita lose – lose: se ti candidi, vai incontro a un’umiliazione nel confronto con Meloni e qualunque risultato ottenga il tuo partito passerà in secondo piano; se non lo fai, danneggi comunque il tuo partito e ti precludi la possibilità di occupare ulteriore spazio mediatico in campagna elettorale.

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Salvini e Tajani, per ragioni e strategie diverse, hanno scelto di non correre alle Europee. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti sta costruendo un profilo diverso, si è ripreso il partito con delle scelte strategiche azzeccate, ha bisogno di tempo per consolidare ulteriormente la sua posizione, è piuttosto convinto che il risultato della Lega non avrà grosse oscillazioni e galleggerà comunque intorno al 9-10%: non è questo il tempo di premere sull’acceleratore e accentuare la sua esposizione pubblica, a maggior ragione se il confronto obbligato sarà con le trionfali elezioni di cinque anni fa. Meglio fare scelte strategiche mirate per rosicchiare qualcosa nell’elettorato meloniano: il generale Vannacci, ad esempio. Il ministro degli Esteri ha tutt’altra gamma di problemi ed è quello che uscirebbe peggio da un eventuale confronto con Meloni sul piano numerico. Forza Italia è il simulacro di ciò che è stata e la famiglia Berlusconi tende a considerarla alla stregua di una bad company, probabilmente in attesa di riconsiderare meglio la propria posizione. Tuttavia, a livello europeo è l’unico vero punto di riferimento in Italia per i Popolari e non è escluso che il suo destino sia quello di tornare in UE, magari come commissario. Questioni non di poco conto e di non semplice soluzione, ma che difficilmente troverebbero giovamento da un risultato insoddisfacente in termini di preferenze. Tanto più che la partita delle candidature si sta sovrapponendo a quella per le Regionali, con Fratelli d’Italia che spinge per un riequilibrio di incarichi, alla luce del mutato quadro politico.

Elly Schlein e Giuseppe Conte: strade diverse, stesso obiettivo

L’opposizione ha problemi diversi, complicati anche dalle competizioni interne. Gli unici ad aver sciolto la riserva con grande anticipo sono quelli che guidano partiti in qualche modo “pacificati”. Renzi, che correrà nel tentativo di spingere Italia Viva sopra la soglia di sbarramento. Calenda, che ha fatto una scelta diversa, aprendo il partito ad altri soggetti e formazioni. Particolare è la situazione Conte, che ha scelto con rapidità di riposizionare il M5s sulla linea del “no alle candidature spot”. Una decisione che gli consente di giocarsi le carte della coerenza e della trasparenza, tanto che il refrain dei suoi interventi sul tema ruota intorno all’idea che chi si candida per posizioni che poi non ha intenzione di ricoprire stia in qualche modo “prendendo in giro gli italiani”. Allo stesso tempo, però, evitare il confronto con Meloni significa anche sfilarsi dal “duello personale”, con il rischio di facilitare la polarizzazione tra la leader di Fdi e quella del Pd. Non una questione secondaria, specie se l’obiettivo minimo è operare un contro-sorpasso al Pd.

Infine, Elly Schlein, che ancora una volta è nella situazione meno comoda di tutti. Intorno all’ipotesi di una sua candidatura è infatti esploso lo scontro interno al partito, tanto per cambiare. Chi le chiede di candidarsi lo fa nella convinzione che il partito in questo momento non possa fare a meno dell’effetto traino della segretaria, che oltretutto approfitterebbe di questa situazione per rafforzarsi come principale alternativa a Giorgia Meloni. Non è però una scommessa a saldo zero, perché il verdetto degli elettori avrebbe conseguenze rilevanti in ogni caso. Poco consistenti, nella lettura di chi spinge per la presenza di Schlein nelle liste, le critiche sull’assenza di precedenti candidature da parte di segretari in carica, proprio perché il contesto è peculiare e queste elezioni hanno enorme rilevanza, non solo per le questioni interne. C’è un fronte più o meno ampio che in effetti preme affinché non si candidi, con motivazioni di merito e di metodo che, in tutta onestà, rimandano sempre al problema di fondo: la contestazione profonda della linea politica e dell’approccio gestionale che Schlein e il suo gruppo hanno dato (o almeno tentato di dare) al partito in questi mesi. La partita delle candidature, in questo senso, è l’ennesima resa dei conti: la segretaria deve decidere se praticare il rinnovamento (volti, forme, comunicazione), accontentarsi di un compromesso o dare un contentino agli avversari interni. E neanche questa scelta è a saldo zero.

A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell’area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.

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