Ridurre l’impatto dell’intelligenza artificiale a una semplice sostituzione tra persone e macchine significa non vedere la natura più profonda della trasformazione in corso. L’AI non entra quasi mai nel mercato del lavoro eliminando in blocco una professione e sostituendola con un software. Più spesso interviene dentro le mansioni, ne comprime alcune componenti, ne modifica altre, cambia il peso relativo delle competenze richieste e ridefinisce il modo in cui una prestazione viene organizzata. Le professioni, quindi, non vengono semplicemente eliminate, peraltro in archi temporali brevissimi, ma vengono scomposte e ricomposte. Alcune attività perdono valore perché diventano più facilmente automatizzabili, mentre altre ne acquistano proprio perché l’AI può funzionare come strumento complementare e non sostitutivo.
È a partire da questa distinzione che si comprende meglio perché l’impatto occupazionale dell’intelligenza artificiale non dipenderà soltanto dalla potenza degli strumenti disponibili, ma dal modo in cui questi strumenti verranno inseriti nei processi produttivi. Una stessa tecnologia può essere utilizzata per fare le stesse cose con meno persone, riducendo tempi, passaggi intermedi e costi, oppure può essere impiegata per ampliare servizi, personalizzare prodotti, migliorare la qualità delle decisioni, entrare in mercati nei quali prima non era possibile operare e costruire attività che senza quell’aumento di produttività non sarebbero state sostenibili. Nel primo caso l’effetto sul lavoro sarà soprattutto difensivo e potenzialmente riduttivo. Nel secondo può diventare espansivo, perché la tecnologia non si limita a comprimere l’esistente ma consente di generare nuova domanda di competenze, nuove funzioni e nuovi ruoli dentro le organizzazioni.
Per l’Italia questo passaggio è particolarmente rilevante. Il nostro sistema produttivo dispone di competenze tecniche diffuse, saperi professionali accumulati nei luoghi di lavoro, capacità di adattamento costruite dentro filiere, distretti e servizi avanzati. Allo stesso tempo, però, fatica spesso a trasformare queste risorse in modelli organizzativi capaci di assorbire tecnologie nuove senza ridurle a semplici strumenti di efficientamento. Se l’intelligenza artificiale viene inserita dentro processi che restano immutati, il risultato più probabile sarà una maggiore velocità di esecuzione, qualche riduzione dei costi e una pressione più forte su alcune mansioni intermedie. Se invece viene accompagnata da una riorganizzazione del lavoro, può spostare persone verso attività a maggior valore, creare ruoli di raccordo tra competenza tecnica e conoscenza del cliente, rafforzare funzioni di controllo, interpretazione e governo dei dati.
La domanda, quindi, non può essere soltanto se l’intelligenza artificiale distruggerà o creerà lavoro. Farà entrambe le cose, con intensità diverse a seconda dei settori, delle mansioni e della qualità delle organizzazioni. Il punto è capire a quali condizioni la produttività aggiuntiva generata dall’AI potrà trasformarsi in nuova occupazione e non soltanto in riduzione dei costi. Questo dipenderà dalle strategie delle imprese, dalla capacità dei sistemi formativi di dialogare con i luoghi di lavoro, dalla qualità delle relazioni industriali e dalle politiche pubbliche nel sostenere transizioni che sono già iniziate. L’intelligenza artificiale potrà generare occupazione non per effetto automatico della tecnologia, ma se verrà usata per aumentare il valore del lavoro e non soltanto per ridurne il costo.
