La discesa del deficit nel 2025 si è fermata al 3,1% del Pil, senza arrivare al 3% indicato a ottobre nell’ultimo programma di finanza pubblica e soprattutto senza sfondare al ribasso la soglia di Maastricht, come si attendevano sia il Governo sia i tecnici della Commissione Ue che a metà novembre avevano ipotizzato un disavanzo italiano al 2,98%. L’aumento del Pil in volume è dello 0,5%.

Il confine del 3%

Quando si balla intorno al 3% i decimali pesano, perché decidono la possibilità di uscita del Paese dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi. E in questi tempi di conflitti internazionali la questione è ancora più decisiva, perché dall’addio alla procedura dipende la possibilità per l’Italia di avviare già da quest’anno il rilancio degli investimenti nella Difesa con i prestiti comunitari del programma Safe e con l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale che esclude dai calcoli sul rispetto del Patto di stabilità una spesa aggiuntiva fino all’1,5% del Pil.

Partita ancora aperta

La partita non è ancora chiusa, perché i conti finali dipenderanno dalla notifica su indebitamento netto e debito che l’Istat invia a Eurostat ad aprile, e soprattutto dalla successiva certificazione di quest’ultimo.
Ma i numeri sulla finanza pubblica calcolati dall’Istituto di statistica sono una sorpresa, prima di tutto per il Governo che aveva mostrato di puntare a un livello di deficit sotto al 3% fin da luglio, come indicato nel confronto con il Fondo monetario internazionale nei lavori per il Report annuale sui conti pubblici. Se l’indebitamento netto al 3,1% sarà confermato dal timbro Eurostat ad aprile, l’addio alla procedura Ue per disavanzi eccessivi tornerà a essere atteso nel 2027, come fin qui sempre previsto dai programmi ufficiali di finanza pubblica. Con la conseguenza, secondo quanto affermato fin qui dal Governo, di avviare solo dal prossimo anno le macchine del rifinanziamento ulteriore delle spese per la Difesa.

Come cambia lo scenario per la Difesa

È stato infatti il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a rimarcare in più occasioni che questo percorso sarebbe stato imboccato «senza togliere un euro» alle spese per la sanità o il welfare. Ma una possibilità del genere è offerta all’atto pratico solo ai Paesi fuori dalla procedura per disavanzi eccessivi, che possono attivare davvero la clausola di salvaguardia nazionale prevista dal nuovo Patto di stabilità escludendo del tutto la spesa militare aggiuntiva dai calcoli del deficit per il rispetto dei vincoli Ue. Senza questa precondizione, appare complicato anche richiedere i fondi del programma Safe (fino a 14,9 miliardi per l’Italia), che in quanto prestiti pesano sull’indebitamento netto.
Uno scenario di questo tipo può levare qualche problema interno alla maggioranza, caratterizzata da una condivisione non esattamente corale dell’idea che sia indispensabile aumentare i fondi per armamenti e sicurezza. Ma certo non aiuta il Paese sul piano internazionale, perché complica l’avvio dell’attuazione degli impegni assunti con i partner dell’Unione e dell’Alleanza atlantica mentre gli scenari di guerra evolvono a un ritmo molto più accelerato di quello tenuto dai nostri conti pubblici.

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