In parte per l’accesso limitato degli iraniani ai circuiti finanziari internazionali, in parte per ragioni legate alla propensione al rischio delle società di shipping. «C’è molta incertezza sugli aspetti commerciali e su cosa può succedere a quelle transazioni che non saranno state completate entro la scadenza del 19 aprile», spiega Karnan Thirupathy, un esperto di sanzioni e un partner di Kennedys Law. Intanto però la sospensione della messa al bando un primo effetto l’ha ottenuto, anche se forse non è quello a cui pensava la Casa Bianca: il greggio iraniano non viene più venduto a sconto di 10 dollari rispetto al Brent, ma spunta addirittura qualcosa di più.

I potenziali nuovi clienti di Teheran, come i colossi cinesi della raffinazione Sinochem e Sinopec, non sono gli unici ad aver ridotto il proprio output, talvolta anticipando operazioni di manutenzione programmate per i prossimi mesi. Il tasso di utilizzo delle raffinerie giapponesi è sceso sotto il 70% dall’80% e oltre di prima della guerra, mentre le scorte di benzina sono scese del 10 per cento.

Un segnale poco rassicurante che non a caso è stato accompagnato dalla decisione di Tokyo di diversificare le sue fonti di approvvigionamento. Il presidente della Japan Petroleum Association Shunichi Kito ieri ha indicato i mercati di Nord America, Ecuador, Colombia e Messico, mentre la premier Takaichi, riferendo in Parlamento, ha parlato di America Latina, Asia Centrale, Canada e Singapore. L’altro fattore di preoccupazione sono i prezzi, tanto che ieri sono circolate con insistenza voci circa un possibile intervento del governo sul mercato dei futures petroliferi.

L’altra sfida di fronte ai Paesi asiatici è quella del gas. In prima linea c’è l’India che importa dal Medio Oriente circa il 90% del Gpl che consuma. Di fronte a una crisi aggravata dalla mancanza di vere scorte strategiche, New Delhi ha percorso due strade: il razionamento e – quando è apparso chiaro che non si sarebbe trattato di una guerra lampo – la diplomazia. Dopo cinque giorni di imbarazzato silenzio, il foreign secretary Vikram Misri si è recato all’ambasciata iraniana di New Delhi e ha fatto le condoglianze per l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, mentre, dall’inizio della guerra, il ministro degli Esteri S. Jaishankar ha sentito almeno ben quattro volte la suo omologo iraniano. Risultato: ieri il numero di navi gasiere indiane che hanno attraversato indenni lo Stretto di Hormuz è salito da due a quattro.

Altri Paesi, come per esempio il Bangladesh, stanno facendo sacrifici sul fronte ambientale. Come spiega Sam Chua, un analista di Rystad Energy, il costo crescente del gas sta incidendo sulla domanda a favore del carbone che è sempre di più il combustibile preferito in Asia.

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