“Ritengo che l’arte di un’autocrazia sia libera soltanto nella misura in cui sia dissidente rispetto a quella autocrazia”: con queste parole il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha spiegato in un videomessaggio la partecipazione della Federazione russa alla Biennale di Venezia. Il padiglione russo, ha sottolineato, verrà aperto “contrariamente all’opinione del governo italiano” per “la libera e autonoma scelta della Biennale che siamo tenuti a rispettare”.
“Quando l’arte è scelta dai vertici di uno Stato autocratico”, ha aggiunto il ministro, “non ha la libertà consentita alla pura espressione artistica: quell’espressione che il popolo ucraino vede ogni giorno calpestata dalle bombe della Russia”.
Biennale di Venezia (archivio) (Ansa)
La decisione di ammettere la Russia alla Biennale Arte di Venezia 2026 ha aperto un conflitto istituzionale tra il governo italiano e la Fondazione Biennale, trasformando rapidamente una scelta culturale in un caso politico. La vicenda prende avvio quando la Russia anticipa di un giorno l’annuncio ufficiale della Biennale comunicando il ritorno nel proprio padiglione ai Giardini. Il giorno successivo la Fondazione conferma la partecipazione russa all’interno dei 99 Paesi presenti alla 61ª edizione, tra cui anche Stati coinvolti in tensioni geopolitiche come Ucraina, Iran e Israele.
Il presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, ha difeso pubblicamente la scelta sostenendo che la Biennale deve restare uno spazio di incontro e tregua tra nazioni, capace di accogliere anche Paesi in conflitto. Buttafuoco ha inoltre sostenuto che il governo fosse stato informato della decisione e che esista un confronto costante con il ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Due giorni dopo, però, il Ministero della Cultura ha diffuso una nota ufficiale che smentisce questa ricostruzione: la partecipazione della Federazione Russa sarebbe stata decisa esclusivamente dalla Fondazione, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano, come Giuli ha ribadito oggi.
Il ministero ha richiamato esplicitamente il contesto della guerra in Ucraina e il ruolo dell’Italia nella tutela del patrimonio culturale ucraino colpito dai bombardamenti russi, citando in particolare la ricostruzione della Cattedrale della Trasfigurazione di Odessa.
“La diversità delle regole, delle procedure e delle leggi, persino internazionali, conclama l’autonomia di un’istituzione che da 130 anni, in una città speciale come Venezia, costruisce un sentiero in cui chiusura e censura restano fuori dall’ingresso della Biennale”, ha replicato oggi Pietrangelo Buttafuoco durante la presentazione del padiglione italiano.
Al centro dello scontro resta quindi il tema dell’autonomia della Biennale come strumento di diplomazia culturale. Da un lato Buttafuoco rivendica l’indipendenza della Fondazione e la dimensione universalista dell’arte; dall’altro il governo sottolinea il peso del contesto geopolitico segnato dalla guerra.
La Biennale di Venezia è storicamente uno dei luoghi in cui arte e politica si intrecciano più apertamente, diventando spesso lo specchio delle crisi internazionali. Anche tralasciando il ruolo di “vetrina” culturale del regime fascista durante il Ventennio, basti ricordare l’edizione del 1974, quando una sezione speciale fu dedicata al Cile dopo il colpo di Stato contro Salvador Allende, e soprattutto la “Biennale del dissenso” del 1977, che diede spazio agli artisti perseguitati nei paesi dell’Europa orientale, provocando tensioni diplomatiche con l’Unione Sovietica.
