Storie Web venerdì, Luglio 31

Nel consiglio dei ministri in calendario martedì prossimo, 4 agosto, dovrebbe approdare un nuovo decreto sulla pubblica amministrazione con un obiettivo principale: fermare il rischio di una maxispesa per riconoscere buoni pasto e indennità ai dipendenti pubblici in ferie.

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L’allarme

Le due vicende sono comuni nell’origine e diverse nel loro sviluppo futuro. Ma sono accomunate dal fatto di produrre una minaccia consistente sui conti pubblici, che la conferenza delle Regioni ha quantificato in 2 miliardi di euro quando ha sollevato il problema a ministero dell’Economia e Funzione pubblica. Per il futuro, le indennità nei giorni di ferie saranno riconosciute secondo le regole fissate nei contratti nazionali appena rinnovati, mentre i buoni pasto saranno collegati alle giornate di lavoro, in presenza o agile (i contratti intervengono anche qui). Ma il problema guarda prima di tutto al passato.

Le sentenze…

Ad accenderlo è stata infatti una serie di sentenze, che prima nel settore privato (in particolare i trasporti) e poi in quello pubblico hanno riconosciuto queste voci anche nei giorni di ferie.
In particolare per i buoni pasto, su cui la normativa del pubblico impiego tace, la questione è spinosa: per i numeri, prima di tutto. I dipendenti pubblici sono tanti, e il conto annuale del personale elaborato dalla Ragioneria generale dello Stato mostra che in un anno i loro giorni di ferie sono oltre 65 milioni, con 21 giorni utilizzati a testa in media. Da qui la potenziale spesa miliardaria che arriverebbe da un riconoscimento generalizzato anche degli arretrati. Senza contare alcuni paradossi generati dalle sentenze: che chiedono di garantire in ferie i buoni pasto negati invece quando la giornata è ridotta per esempio da permessi, e non arriva quindi alle 7,2 ore contrattuali.

…e le regole Ue

Le sentenze italiane nascono però da un orientamento della Corte di giustizia Ue, chiamata a tutelare il principio di effettività della tutela feriale che per non disincentivare il diritto al riposo chiede di mantenere in quei giorni una retribuzione sostanzialmente equivalente a quella riconosciuta quando si è al lavoro (sentenze Robinson-Steele, Schultz-Hoff, Williams, Torsten Hein e Koch). Lo stesso criterio, fissato dalla direttiva Direttiva 2003/88/CE, investe le indennità aggiuntive; ma in questo caso il nodo per il futuro è già sciolto dai contratti nazionali, che riconoscono le somme per turno, disagio e servizio esterno anche in ferie.

Più fondi alle università

Il decreto dovrebbe contenere anche un pacchetto dedicato all’istruzione. A cominciare dai 60 milioni per il sistema universitario, inclusi i 50 aggiuntivi sul Fondo di finanziamento ordinario che serviranno a chiudere senza danni l’operazione Ffo 2026. Lo stanziamento consentirà di tenere l’asticella delle variazioni, rispetto al 2025, nel range 0/+5% e, dunque, di tutelare gli atenei che, nel passaggio dalla vecchia Valutazione della qualità della ricerca 2015-19 alla nuova Vqr 2020-24, avrebbero perso risorse. Così facendo invece nessuna istituzione accademica vedrà diminuire il contributo in arrivo dallo Stato, e chi ha migliorato le proprie performance da un anno all’altro ci guadagnerà.
Completano il pacchetto delle proposte Mur, da un lato, l’equiparazione dei diplomi rilasciati alle istituzioni Afam (Conservatori, Accademie e Istituti di design) alle lauree. Dall’altro, una nuova proroga – dal 30 giugno al 31 dicembre 2026 – della conformazione attuale del Consiglio universitario nazionale. In attesa che la riforma contenuta in un Ddl, all’esame della VII commissione del Senato in prima lettura, ne riveda composizione e compiti.

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