È più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. Lo scriveva Mark Fisher nel 2009 e oggi, quasi vent’anni dopo, pur di fronte all’evidenza che il capitalismo delle oligarchie tecnologiche sta seriamente minacciando i sistemi ecologici, sociali e democratici, ci ritroviamo ancora totalmente incapaci di immaginare un’alternativa. Viviamo un tempo in cui è molto più facile immaginare scenari distopici che futuri desiderabili: la crisi dell’immaginazione è la matrice originaria di tutte le emergenze e, per questo, la più temibile.
Come ci hanno insegnato Amitav Ghosh e Geoff Mulgan, le crisi climatiche e sociali non sono altro che il prodotto diretto di quella dell’immaginazione, dell’incapacità della società di prefigurare alternative possibili e della scelta di accontentarsi di piccole soluzioni incrementali. L’idea di sostenibilità concepita nell’ultimo ventennio risponde esattamente a questa logica.
L’innovazione scollegata dalla realtà
L’innovazione e la tecnologia rischiano di diventare i detonatori della crisi dell’immaginazione. L’avvento dell’intelligenza artificiale rende tragicamente attuale la profezia di Gunther Anders sul dislivello prometeico: la nostra capacità di progettare macchine sta superando la nostra capacità di immaginazione. Per questo ci troviamo a percorrere forsennatamente una traiettoria tecnologica senza saperne immaginare bene né l’utilità né le conseguenze. Ne deriva un’innovazione scollegata dalla realtà fisica e sociale, gravida di conseguenze inattese, alimentata dai limiti stessi del capitalismo, dalla sua ingordigia di energia, di dati, di finanza, di autocrazia. In sostanza, un’innovazione in cerca di uno scopo e di un senso.
La crisi dell’immaginazione
Ci sarebbe davvero bisogno dell’immaginazione collettiva di Mulgan, ma a chi spetta il compito di riaccenderla? Purtroppo, la crisi dell’immaginazione è anche il grande fallimento dell’innovazione sociale, sia nella capacità di concepire modelli economici alternativi, sia nel riconnettere l’innovazione e la tecnologia con le persone e con la società. L’istituzionalizzazione dell’innovazione sociale, nelle forme tipiche del terzo settore, ha perimetrato lo spazio di immaginazione di quest’ultimo nell’orizzonte dei bisogni immediati delle persone. Lodevolmente, certo, ma al prezzo di sacrificare la propria potenza generativa verso futuri migliori. Quel tipo di forza che generò il movimento cooperativo, forse l’ultimo vero esempio di innovazione sociale radicale alternativo al modello di mercato tradizionale.
Esattamente come sono destinate al fallimento l’economia sociale o la cosiddetta impact economy e, più in generale, il movimento della sostenibilità, se continuano a crescere, senza immaginazione, nelle crepe del mercato e a nutrirsi degli immaginari capitalisti.
