
Il nuovo piano Transizione 5.0, che prevede l’iperammortamento a sostegno degli investimenti delle imprese, è ancora fermo. Il ministero delle Imprese e del made in Italy ha predisposto in tempi rapidi il decreto attuativo (si veda Il Sole 24 Ore del 7 gennaio) trasmettendolo poi all’Economia che deve esprimere il concerto. Ma l’iter risulta ancora congelato e non per un mero dettaglio burocratico: il Tesoro sta valutando se ci sono i margini per coprire finanziariamente l’eliminazione del requisito di origine territoriale che, in base alla norma della legge di bilancio, limita i beni acquistabili con l’incentivo solo a quelli prodotti in uno degli Stati membri della Ue o aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo (Islanda, Liechtenstein, Norvegia). La correzione varrebbe tra 900 milioni e 1 miliardo se applicata nel modo più estensivo possibile oppure, in alternativa, tra 300 e 400 milioni se si optasse solo per l’inclusione dei prodotti provenienti dai Paesi aderenti al G7.
Non è semplice ricostruire la paternità politica di una scelta, inserita nella manovra, che ha subito destato forti perplessità sia tra le aziende chiamate ad acquistare i beni strumentali sia tra i fornitori che sarebbero stati esclusi, a partire da quelli statunitensi. Il decreto attuativo predisposto dal Mimit ammorbidisce il requisito territoriale, specificando che è sufficiente considerare l’ultima trasformazione sostanziale del bene, in conformità al Codice doganale europeo. Ma non è parso un chiarimento risolutivo. L’intenzione sarebbe ora quella di fare retromarcia con una modifica che necessiterebbe di una norma primaria via emendamento. Il problema sono i costi. L’estensione limitata al G7 (in pratica si aggiungerebbero Stati Uniti, Canada, Giappone e Regno Unito) non convince per vincoli legati al Wto, per possibili tensioni diplomatiche con la Cina, per l’esclusione di fornitori che offrono prodotti comunque competitivi (Corea del Sud e Taiwan). D’altro canto un’estensione completa costerebbe tre volte di più. Insomma il decreto attuativo, del quale peraltro il Mef sta valutando anche altri aspetti, è finito in una strettoia. Con la conseguente incertezza per le imprese che contano su regole certe per ottenere l’iperammortamento su investimenti effettuati già dal 1° gennaio 2026 (il termine è invece fissato al 30 settembre 2028).