
Nioh 3 non è solo un nuovo capitolo di una saga action: è una dichiarazione d’intenti su cosa può diventare oggi il videogioco hardcore. La storia ci porta nel Giappone feudale più instabile possibile, tra guerre civili, ambizioni politiche e un’invasione costante di yokai, le creature della mitologia giapponese che in Nioh non sono mai solo folklore, ma metafora. Il protagonista, Tokugawa Takechiyo, è un giovane destinato a diventare shogun: non un eroe puro, ma una figura storica immersa in un mondo dove il confine tra storia e soprannaturale è sempre sfocato.
Come nei capitoli precedenti, la trama non viene “spiegata”: viene ricostruita. Dialoghi minimi, frammenti di contesto, boss che sono personaggi storici deformati in demoni. Il racconto è ambientale, implicito, quasi archeologico. Devi scavare per capire cosa sta succedendo. E mentre lo fai, muori. Molto.
La vera novità è il doppio sistema di combattimento: stile Samurai e stile Ninja, due anime dello stesso personaggio. Il primo è metodico, basato su postura, resistenza, gestione dello spazio. Il secondo è rapido, acrobatico, orientato alla mobilità e all’improvvisazione. Puoi passare da uno all’altro in tempo reale. Non è una scelta estetica, è una scelta cognitiva: due modi diversi di leggere lo stesso problema.
Rispetto ai Nioh precedenti, il mondo è meno lineare. Non open world nel senso classico, ma “open field”: aree più grandi, percorsi alternativi, missioni secondarie che non sono riempitivi ma pezzi di lore. La sensazione è quella di un Dark Souls che ha studiato Breath of the Wild, senza diventare Breath of the Wild.
Cosa bisogna sapere prima di giocarlo? Che non è un gioco che ti prende per mano. Che il sistema di loot è profondo, quasi ossessivo. Che ogni nemico è una lezione. Che la difficoltà non è un muro, ma un linguaggio: se non lo impari, non capisci il gioco.