L’esercito del Myanmar ha aperto il fuoco contro un convoglio che stava portando aiuti nelle zone colpite dal terremoto martedì notte. Lo scrive la Bbc citando l’Esercito di liberazione nazionale Ta’ang, un gruppo ribelle armato, secondo cui le truppe militari hanno sparato contro un convoglio di nove veicoli utilizzando mitragliatrici pesanti mentre attraversava la cittadina di Naung Cho, nello stato settentrionale di Shan, diretto a Mandalay. Il gruppo ribelle ha affermato che il convoglio aveva informato la giunta del suo percorso ma l’esercito ha affermato di non essere stato informato sostenendo che nessuno è rimasto ferito.
Intanto il bilancio delle vittime del terremoto ha raggiunto quota 2.719 e si prevede che salirà a più di 3.000: lo ha detto oggi il leader militare del Paese, Min Aung Hlaing, in un discorso televisivo. Lo riporta l’agenzia di stampa Reuters sul suo sito. Il generale ha aggiunto che 4.521 persone sono rimaste ferite e 441 sono disperse. L’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) calcola in un milione e 600 mila le persone rimaste senza un riparo.
E continuano ad arrivare testimonianze del terremoto. “Non c’è cibo disponibile, nemmeno cibo secco a lunga conversazione, né negozi di alimentari aperti. Nella città di Sagaing circa l’80% degli edifici sono crollati, nonostante fossero fatti di cemento. La gente è semplicemente seduta davanti alle propria casa danneggiata, senza un riparo adeguato, all’aperto”: è la testimonianza di Aung Min Naing, direttore di Future Youth Development Organisation (Flydo), una delle associazioni giovanili parte della rete di ActionAid nella regione del Myanmar epicentro del terremoto di venerdì scorso. Aung si trovava a Mandalay quando il sisma ha colpito: “Ho visto della polvere rossa e degli edifici crollati intorno a me – ha raccontato, secondo un comunicato stampa -. Io e le altre persone non sapevamo che l’intera città, la città di Sagaing, e una parte enorme di Mandalay stava crollando”.
ActionAid parla di una “una crisi umanitaria senza precedenti” nel Paese. “Migliaia di vite sono state perse, le case distrutte e molte comunità rimangono tagliate fuori da ogni soccorso – spiega Jagat Patnaik, responsabile per l’Asia di ActionAid -. La gente è fuggita senza niente, senza riparo. In mezzo alla devastazione, le donne e le ragazze sopportano il fardello più pesante. Costrette in rifugi sovraffollati con poca privacy o sostegno, molte sono rimaste le sole a prendersi cura delle loro famiglie così come di sé stesse. Tragicamente, in alcuni villaggi, sono le uniche rimaste vive, dopo il crollo delle moschee durante le preghiere del venerdì, che ha causato molte vittime… Il tempo utile è ancora poco per le squadre di ricerca e soccorso per localizzare i sopravvissuti, potrebbe essere troppo tardi”. Gli aiuti stanno entrando nel Paese attraverso il confine India-Myanmar e vengono poi diretti verso Sagaing e le altre regioni colpite, riferisce ActionAid. Tuttavia, con un processo di consegna che dovrebbe durare circa cinque giorni e strade danneggiate o completamente distrutte, il ritmo è troppo lento per soddisfare le esigenze urgenti e immediate sul terreno.
La presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha deciso un primo stanziamento di 500mila euro dai fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica: servirà per i primi soccorsi, coordinati da Caritas Italiana che, fin dal primo momento, è in contatto diretto con Kmss (Karuna Mission Social Solidarity, la Caritas in Myanmar) e con la rete internazionale della Caritas.