
Per la seconda metà dell’anno, forse già in luglio, è prevista l’apertura del flagship Moncler a New York, nel General Motors Building sulla Quinta Strada, che con oltre 2.200 mq su due piani sarà il negozio più grande al mondo del marchio. Al di là di strategie e numeri, è americana anche l’ispirazione della collezione, che per Ruffini «è la più bella mai realizzata. Abbiamo studiato l’abbigliamento da neve degli anni 50 e 60, dove si percepisce certo l’influenza del West, ma pure la sofisticatezza dell’Europa».
Nei circa 80, nuovi look di Moncler Grenoble ci sono ricami floreali, gonne che ricordano le coperte quilt, frange, cappelli e guanti da cowboy contemporaneo: «Amiamo interpretare le diverse culture e Grenoble è la collezione ideale per farlo, perché unisce alte performance tecniche a un’anima più legata al doposci e allo stile. Credo che siamo gli unici a proporre una formula del genere – aggiunge Ruffini –. Qualche anno fa abbiamo aperto una fabbrica in Romania (a Bacau, ndr) dedicata a Grenoble, perché solo lì abbiamo trovato delle tecnologie che in Europa, a causa della delocalizzazione nel Far East, non esistevano più». Così, i disegni dei paesaggi di Aspen su alcune mantelle sono stati realizzati in alta frequenza, una tecnica che permette di ottenere volumi in rilievo. Molto spazio è stato riservato ai materiali naturali, che anche l’outerwear sta progressivamente riscoprendo e valorizzando: «È la collezione con più lana di sempre – prosegue Ruffini –, con le nostre tecnologie siamo riusciti a laminarla per renderla adatta allo sci».
Quale sarà la prossima tappa di Moncler Grenoble? «Ci stiamo pensando, mi piacerebbe il Giappone, l’area di Niseko, nell’isola di Hokkaido, dove peraltro c’è una neve eccezionale (la celebre e apprezzata “Japow”, ndr), ma anche la Cina, dove lo sci si sta sviluppando velocemente».
Intanto, dopo un 2025 ricco di eventi, come l’inaugurazione della nuova sede del gruppo a Milano, il prossimo 19 febbraio sarà pubblicato il report finanziario sull’anno appena trascorso: il consensus elaborato dalle banche d’affari che seguono il titolo prevede un limitato calo, dell’1,4%. Anche se come vertice di una società quotata (dal 2012 a Milano), fino ad allora Ruffini non può rilasciare commenti a riguardo, condivide delle considerazioni sul prossimo futuro: «Prevedere il 2026 è difficile, le prospettive sono incerte, i mercati cambiati. Dopo il grande boom del post Covid oggi siamo in un new normal, che però non vuol dire crisi, e al quale dobbiamo abituarci».
Certo è che il 1° aprile Ruffini cederà il ruolo di ceo a Bartolomeo Rongone, che dal 2019 ricopriva lo stesso ruolo in Bottega Veneta, marchio del gruppo Kering: «Erano già due, tre anni che stavo pensando a un rafforzamento della nostra struttura – afferma –. Credo di aver trovato la persona giusta, con una visione molto simile alla mia, e che peraltro ha portato ottimi risultati in Bottega Veneta». “Pioniere”, d’altra parte, è chi apre la strada a chi verrà dopo.