Storie Web martedì, Luglio 16
Notiziario

Da qui al 2029 l’Italia nella migliore delle ipotesi avrà oltre 81mila nuovi laureati di zecca in Medicina quando si raggiungerà il picco record di 16542 giovani neo-dottori . Una buona notizia per un Paese alle prese da anni con la carenza di camici bianchi. In realtà la faccenda è molto più complicata: non solo si rischia di creare una bolla – già oggi ne abbiamo più di altri Paesi europei a fronte invece di una grave carenza di infermieri-, ma il nodo è che sempre più laureati in Medicina mandano deserte tante specializzazioni (i corsi post laurea che effettivamente formano un medico completo) perché poco attrattive dal punto di vista di stipendio e carriera.

Una specializzazione su tre va deserta perché pocco attrattiva

Se c’è overbooking di domande per specializzarsi in chirurgia plastica o per diventare oftalmologo, dermatologo o per specializzarsi in malattia cardiovascolari quasi nessuno vuole fare il chirugo generale o quello toracico – alle prese con stress e il rischio cause – oppure lavorare in pronto soccorso (specializzandosi in emergenza) o fare l’anestesista o il microbiologo. A pesare sono spesso le prospettive di guadagno che sono molto più basse per quelle specializzazioni mediche che non consentono grossi sbocchi nell’attività privata. E così solo nel 2023 a fronte di ben 15.701 borse per i corsi di specializzazione (che durano dai tre ai cinque anni) pagate da Stato e Regioni i posti coperti effettivi sono stati 10.153, in pratica oltre 5mila posti rimasti vuoti: uno su tre. Un record negativo mai visto.

Il repor dell’Anvur mentre si discute di riforma del numero chiuso

Sulla formazione medica ci pensa a l’Anvur a rimettere la Chiesa al centro del villagio. O almeno ci prova. Grazie a un corposo rapporto di 100 pagine che è stato presentato ieri alla Camera e che cerca di inquadrare il tema da tutti i punti di vista: dal confronto internazionale al test d’ingresso dal crescente stock di laureati al link cruciale con le specializzazione da cui dipende l’ormai famoso “imbuto formativo” che ci ha visto per anni produrre molti meno camici bianchi di quelli che ci servivano e che, con l’aumento degli slot a disposizione in corso da un quinquennio e la gobba dei pensionamenti in arrivo, rischia ora di farci cadere nell’errore opposto. L’argomento è doppiamente attuale. Sia perché mancano meno di 40 giorni alla seconda sessione del test d’ingresso in calendario il 30 luglio, sia perché la prossima settimana la commissione Istruzione del Senato ricomincerà l’esame del Ddl con la riforma del numero chiuso annunciata per il prossimo anno accademico.

La crescita esponenziale dei neo dottori in Medicina

Il report dell’Agenzia di valutazione parte dai numeri macro raccontati dal presidente Antonio Uricchio: «Si stima nel 2050 la popolazione residente in Italia si ridurrà a circa 54,4 milioni di abitanti (nel 2021 la popolazione è di circa 59 milioni), di cui 7,7 milioni con almeno 80 anni di età (nel 2021 sono 4,5 milioni), con inevitabili ricadute sulla sanità e sui modelli che le università saranno chiamate a progettare per formare i medici del futuro». Secondo gli ultimi dati Ocse già oggi l’Italia ha il numero più alto di laureati in Medicina (10,7 mila) così come è elevato anche il loro rapporto ogni 100mila abitanti: 18,2 contro i 14,2 della Spagna, i 13,1 del Regno Unito, i 12,4 della Germania e gli 11,9 della Francia. Se teniamo conto che la capacità formativa delle nostre università nel frattempo è anche aumentata, visto che i corsi sono passati dai 55 del 2011/12 agli 89 del 2023/24 mentre gli studenti iscritti sono passati da circa 66 mila a 99 mila, possiamo già mettere in conto una probabile impennata dei laureati, complice la crescita degli slot a disposizione (che, nel 2024/25, sfioreranno i 21mila).

Il boom fino al 2029 e la necessità di incentivare alcune specializzazioni

Dai 10-11mila laureati all’anno di oggi passeremo a 15-16mila: se si contano dall’anno accademico 2023/24 al 28/29 avremo al netto degli abbandoni tra gli 81318 e i 76581 laureati in Medicina. Riuscire ad assorbirli tutti e bene, evitando se possibile di vederne partire circa un migliaio l’anno come avvenuto finora, è uno degli obiettivi da raggiungere. In questo contesto il raccordo con le specializzazioni risulta fondamentale, come evidenziato dal direttore dell’Agenzia, Daniele Livon, che invita a «prendere in considerazione più variabili per analizzare fenomeni complessi come quello che caratterizza un percorso formativo così lungo». E tra gli interventi più urgenti c’è quello di incentivare alcune specialità mediche che hanno pochi sbocchi nel privato e che hanno bisogno di più riconoscimenti, a cominciare dallo stipendio. Come immagina il recente Ddl sulle liste d’attesa che rischia però di veder trascorrere tempi biblici per la sua approvazione.

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