Storie Web giovedì, Febbraio 29
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Barbara Venturato è l’attrice che interpreta Geronima Ferretti nella mini serie Mameli-Il ragazzo che sognò l’Italia, in prima serata su Rai1. Il suo personaggio è una giovane donna forte tanto quanto quelle che lottano ogni giorno per i diritti di tutte, ed è proprio a loro che si è ispirata.

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In prima serata su Rai1 va in onda la mini serie Mameli-Il ragazzo che sognò l’Italia, un racconto corale incentrato sulla vita del giovane patriota che ha scritto i versi dell’Inno nazionale italiano e che, in prima persona, ha combattuto affinché il Paese fosse unito, compatto e a suo modo rivoluzionario. Barbara Venturato è la bravissima e delicata attrice che interpreta il ruolo di Geronima Ferretti, il primo amore del giovane Mameli, nonché una giovane donna libera, animata da sentimenti di uguaglianza, indipendenza e giustizia. Il loro fu un amore giovanile, precoce, che non fu mai vissuto pienamente e come tutte le passioni non consumate è stato la miccia per un qualcosa di più grande. “Le figure del nostro Risorgimento sono degli attivisti ante litteram, è per questo che mi sono ispirata alle donne che combattono da sempre per i nostri diritti” racconta la 29enne in questa intervista, sottolineando quanto sia importante sapere di essere parte di un’unica grande rete: “Me lo ha insegnato la recitazione, senza l’altro non c’è nulla che possa essere costruito”. 

Come ci si sente prima del debutto?

La tensione pian pian diminuisce, spero la vedano più persone possibili. Post Sanremo sembra che ci sia uno spirito di appartenenza, magari anche più voglia di vedere la tv la sera, confido che sia effettivamente così.

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Sapevi chi era Geronima Ferretto prima di interpretare il suo ruolo?

In realtà no, anche attorno alla figura di Mameli non avevo chissà quali informazioni, infatti la prima cosa che ho fatto è stata documentarmi. Giovan Battista Mameli, il fratello di Goffredo, ha scritto molto sul suo conto e nei suoi scritti parla di Geronima come colei a cui Mameli ha dedicato il suo cuore, ma anche come l’amore che gli ha procurato più tristezza per non essersi consumato fino in fondo. Goffredo stesso ha scritto un componimento intitolato “Ad un angelo” in cui si dice “arriverà un giorno in cui le donne saranno libere, non saranno più soggiogate dalle scelte altrui, potranno vivere la loro vita intensamente“. Da questi elementi ho tratto informazioni su quanto forte fosse stato il legame tra loro.

Riccardo De Rinaldis Santorelli e Barbara Venturato, alias Goffredo Mameli e Geronima Ferretti

Riccardo De Rinaldis Santorelli e Barbara Venturato, alias Goffredo Mameli e Geronima Ferretti

Non avendo molte informazioni, per costruire questo personaggio c’è qualcuno, anche figure storiche, alle quali ti sei ispirata?

Più che a delle figure storiche, mi sono venute in mente tante attiviste dei giorni nostri, ho pensato anche a Narges Mohammadi, che ha vinto quest’anno il nobel per la pace, perché nella motivazione del premio si diceva “lei lotta per la libertà femminile e ne paga le spese ad un prezzo personale che è altissimo”. Fare il parallelismo con le attiviste odierne potrebbe avere senso, perché personaggi come Geronima, ma anche Goffredo vissuti nel nostro Risorgimento erano degli attivisti ante litteram, tentavano di far cambiare le cose per un progresso comune, per riconoscere una libertà condivisa, sociale.

Come si racconta nella fiction, Geronima studia in un collegio molto severo, ma appare sin da subito una donna molto libera. Da dove trae il coraggio di esserlo? 

Questo pensiero rivoluzionario è autonomo, è una spinta interiore. È cresciuta con la madre e questo padre Sinaldi, che ha controllato la sua educazione scolastica, quindi non nasce dalla sua famiglia il suo spirito critico. D’altra parte il senso di giustizia è un qualcosa di più grande di noi, che sviluppiamo in maniera indipendente, tanto è vero che Geronima durante i mesi in collegio legge libri proibiti, Balzac, l’atto di Fratellanza della Giovine Europa di Mazzini, connotato a livello politico. È una giovane donna che ha ben chiaro il senso di cosa sia giusto e cosa non lo sia, a partire dalle ragioni di classe.

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A questo proposito, in un diaologo con Goffredo dice “Mi sento come questa barca, piccola e impotente davanti alle ingiustizie”. Quali pensi siano ancora oggi le ingiustizie più gravi in cui si imbatte una donna?

Nonostante le tante battaglie che abbiamo fatto, per prima cosa siamo donne e dobbiamo sempre definirci, a differenza degli uomini che non hanno la necessità di sottolineare la loro essenza, il loro valore. La disparità non l’abbiamo superata. Abbiamo ottenuto dei diritti, ma è come se una parte di noi si fosse adagiata sull’idea di averli conquistati, invece dobbiamo rivendicare i diritti ottenuti giorno per giorno, perché il corso della storia può ribaltarsi da un momento all’altro e dobbiamo lavorare affinché diventino così connaturati in noi, da non doverli più rivendicare.

Dietro ad una serie come Mameli, c’è un preciso messaggio politico?

L’intento politico non c’è, al massimo c’è un intento sociale, riscoprirci come società, come collettività, come parte di una rete, sottolineando che siamo quello che siamo perché possiamo condividere con altre persone. Ci sono quelle a cui tendere la mano e diventano i nostri paracadute quando cadiamo, ma anche i nostri propulsori se dobbiamo muoverci verso qualcosa. È un messaggio rivolto soprattutto alle generazioni più giovani, a cui bisogna ricordare che il tempo è una linea verticale, ci dà testimoni, eredità che ci raccontano quello che siamo. E poi ritengo ci sia un altro punto da focalizzare.

Dimmi. 

Sono consapevole che certi periodi storici siano diventati baluardo di alcuni ambienti politici, ma ci sono racconti in cui bisogna prenderne le distanze. Penso a Mahler che dice “tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”, è per questo motivo che andiamo a pescare certi aneddoti storici, per mostrare come certi fuochi ci appartengano in quanto umanità, non per schierarci da un lato o dall’altro.

Restando in tema di fuochi, che amore è stato quello che ha unito Goffredo e Geronima?

Un amore sconfinato che abbraccia tantissime sfere della loro intimità. C’è tra loro una comunione di ideali, pensieri è da qui che l’amore si accende, si autoalimenta. Entrambi vedono il mondo allo stesso modo, pensano di poter cambiare insieme quelle cose che immaginano. E poi è un amore giovane, che non vede limiti, quindi assoluto e come tale è una amore ideale, quindi vide dei controsensi con la realtà. Poi nella fiction ci siamo concessi qualche licenza poetica, sotto questo aspetto.

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Ad esempio? 

La scena del matrimonio. Lei, in realtà, prende la strada della costrizione familiare, ma viene raccontato che da quel momento in poi cammina per Genova come un fantasma, come se non fosse più padrona della propria vita. Addirittura quando ha saputo della morte di Goffredo da lì a poco anche lei morirà. Lo racconta il fratello di Goffredo che parla quasi di un ricongiungersi dei due. Nella mini serie abbiamo voluto restituire una presa di posizione più coraggiosa, per omaggiare quei caratteri femminili forti nelle epoche passate.

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Come è nata la passione per la recitazione?

Frequentavo il liceo e alcuni professori di italiano avevano allestito un corso di teatro, per poter approfondire argomenti che per mancanza di tempo non venivano trattati durante le lezioni. Mi sono iscritta il primo anno, ignara di quello che avrei trovato e poi, alla fine, l’ho ripetuto per tutto il periodo scolastico. Ho scoperto quanto il la lettura, la conoscenza e la successiva messa in scena mi appassionassero e dopo la scuola ho pensato potesse essere la mia strada, ma avevo qualche dubbio. Parallelamente mi sono iscritta ad economia, ma una volta frequentate le lezioni ho capito che avrei voluto fare l’Accademia e sono entrata alla Silvio d’Amico.

Cosa ti affascina di questo lavoro?

L’idea di avvicinarsi a delle realtà che rimarrebbero distanti dal mio percorso di vita, conoscere storie, punti di vista differenti. Poi mi affascina, da sempre, il fatto che sia un lavoro di insieme, non si può fare se non si è con l’altro, che sia il compagno di scena, la persona alla quale si sta facendo riferimento nel recitare, che siano le maestranze con cui si costruisce qualcosa. Si crea il senso di appartenenza di un gruppo che sta andando verso una direzione collettiva. La trovo una cosa bellissima.

C’è qualcosa in cui pensi ti abbia cambiata questo lavoro finora?

Sarei molto più riservata di quanto non sono se non avessi avuto modo di conoscere questo mestiere, mi ha fatto comprendere che tante persone stanno attraversando i nostri drammi, i nostri dubbi, che pensiamo siano unici e invece non è così. Ho imparato a mettermi in connessione con gli altri, a far fluire scambi umanamente importanti con le persone.

Dopo Mameli ti vedremo di nuovo in tv?

Sarò in una delle puntate di Doc-Nelle tue mani. Poi sarò in una serie internazionale che si chiama Concordia.

Una promessa che ti sei fatta di recente?

Prendermi il tempo di scegliere con consapevolezza. Se non fossi stata spinta da questa smania di capire tutto subito, che hanno anche le generazioni più giovani, avrei guadagnato del tempo e fatto dei passi più importanti con consapevolezza. C’è tempo, siamo così fortunati e privilegiati nel poter dire che abbiamo del tempo per pensare, sfruttiamolo.

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