Il 75% dei pazienti che fanno uso dei nuovi farmaci per il trattamento dell’emicrania riescono a tenere la patologia sotto controllo senza particolari effetti collaterali e a trovare finalmente sollievo da una malattia che ha un forte impatto sulla qualità della vita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), infatti, l’ha definita come la malattia più disabilitante al mondo nella fascia d’età che va dai 20 ai 50 anni. Benché in Italia ne soffrano almeno 9 milioni di persone, non tutte necessitano delle terapie innovative oggi disponibili, ma tutte devono essere inquadrate correttamente da un punto di vista diagnostico perché la sintomatologia non venga sottovalutata, riservando così l’accesso alle cure più innovative a chi ne ha bisogno, e per evitare anche un pericoloso “fai da te”.
Il tema è stato trattato nell’ambito della SISC Headache Academy, tenutasi a Firenze il 27 e 28 febbraio, in occasione del cinquantennale della Società Italiana per lo Studio delle Cefalee (SISC). I risultati della ricerca degli ultimi decenni e studi pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche di rilievo mondiale convergono sul fatto che le nuove molecole con anticorpi monoclonali o gepanti (come compresse orali), che bloccano l’azione del CGRP (calcitonin gene related peptide), che dilata le arterie e produce un dolore prolungato, sono efficaci e anche molto sicure.
Il cambiamento radicale nelle terapie
Si tratta di una vera e propria rivoluzione nelle terapie, frutto di una medicina di precisione e sempre più personalizzata. “I farmaci anti-CGRP – spiega il professor Pierangelo Geppetti, presidente emerito della SISC – non penetrano nel sistema nervoso centrale e agiscono bloccando selettivamente la via di segnale del dolore emicranico senza interferire su altri meccanismi e quindi senza quegli effetti collaterali che scoraggiavano molti pazienti dall’utilizzo dei farmaci non specifici finora disponibili”. Prima delle scoperte che hanno portato ai farmaci anti-CGRP, venivano infatti utilizzate molecole già usate per altre patologie, come antipertensivi, vecchi antidepressivi o antiepilettici che, in quanto non specifici per l’emicrania, provocavano numerosi effetti indesiderati e mostravano un’efficacia parziale.
I progressi dagli anni ’70 a oggi
Da un confronto con le armi a disposizione contro il mal di testa negli ultimi decenni e quelle utilizzabili oggi, è evidente la differenza di opzioni terapeutiche. Cinquant’anni fa i farmaci specifici per trattare l’emicrania erano solo due ed efficaci nel 20-30% dei casi rispetto ai 15 disponibili oggi, grazie ai quali si possono trattare con successo il 70-80% per cento dei pazienti. “La possibilità di poter curare una malattia molto invalidante e che dura decenni è di estrema importanza. Bisogna ricordare che nel 70% dei casi si tratta di donne giovani, che soffrono di emicrania dall’infanzia o dall’adolescenza fin verso i 50-60 anni, quando la patologia tende a regredire spontaneamente. Questa però è proprio la parte della vita in cui la paziente deve affrontare i compiti familiari, professionali, sociali ed esistenziali più im+portanti”, ha ricordato il professor Geppetti. Purtroppo, in molti casi la severità dell’emicrania è tale che ragazzi e bambini a volte smettono di studiare, alcuni pazienti sono costretti a cambiare lavoro o addirittura ad abbandonare l’attività lavorativa.
“Negli anni ‘90 la scoperta dei triptani ha rappresentato il primo passo verso una terapia specifica – ha spiegato la professoressa Marina De Tommaso, presidente della SISC. Sono molto efficaci, ma possono essere usati solo come trattamento acuto del singolo attacco e talvolta non sono ben tollerati, specie nei pazienti con problemi cardio o cerebro-vascolari. Sebbene, a oggi, nessun farmaco può far guarire dall’emicrania, che ha una base genetica ancora non nota e probabilmente multifattoriale, possiamo però prevenire la malattia con terapie efficaci ma, considerando che i trattamenti possono essere molto prolungati, soprattutto molto sicure”.
