Storie Web mercoledì, Febbraio 28
Notiziario

Un rapporto della The Royal Society for the Protection of Birds (RSPB) ha evidenziato l’impatto catastrofico dell’influenza aviaria H5N1 (HAPAI) sugli uccelli marini del Regno Unito, con intere colonie riproduttive devastate. Morti decine di migliaia di esemplari, che hanno comportato crolli delle popolazioni fino all’80%

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Una sula bassana morta per l’influenza aviaria. Credit: RSPB

Il virus H5N1 dell’influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI) ha sterminato le popolazioni di uccelli marini nel Regno Unito, uccidendo decine di migliaia di animali e determinando crolli spaventosi per alcune specie, in soli due anni. La più colpita in assoluto è stata lo stercorario maggiore (Stercorarius skua), con una calo complessivo del 76 percento delle coppie riproduttrici. In alcune colonie il tasso di perdita è stato dell’80 percento. Considerando che in Scozia vive il 60 percento della popolazione mondiale di questi magnifici animali, è evidente che l’epidemia di influenza aviaria – che ha iniziato a diffondersi dalla fine del 2021 – rappresenta una minaccia estremamente significativa per questa e altre specie.

A evidenziare il drammatico impatto sugli uccelli marini del Regno Unito dell’influenza aviaria H5N1 (HPAI) sono stati i ricercatori della The Royal Society for the Protection of Birds (RSPB), che hanno messo a punto un programma di sorveglianza ad hoc in tutto il Paese chiamato HPAI Seabird Survey Project. Ciò che è emerso nel rapporto dedicato è sconcertante. Delle 25 specie di uccelli marini che si riproducono regolarmente lungo le coste britanniche, ben 21 sono risultate positive al virus. I ricercatori si sono concentrati in particolar modo su 14 specie, fra le quali in già citato stercorario maggiore; la sterna di Dougall (Sterna dougallii); il gabbiano reale nordico (Larus argentatus); la sula bassana (Morus bassanus); il gabbiano comune (Chroicocephalus ridibundus); il gabbiano tridattilo (Rissa tridactyla); e l’uria comune (Uria aalge). Per 13 di queste specie sono stati fatti i conteggi completi e le popolazioni di 9 di esse sono calate come minimo del 10 percento a causa del virus dell’influenza aviaria.

La specie più colpita in assoluto, come specificato, è stata lo stercorario maggiore, con un crollo complessivo degli esemplari riproduttori del 75 percento. Anche sulla sula bassana l’impatto è stato assolutamente drammatico, in particolar modo nell’estate del 2022, con 11.000 esemplari morti in Scozia e altri 5.000 sull’isola di Grassholm. Anche in questo caso va considerato che il 50 percento della popolazione mondiale di questi magnifici uccelli marini, noti per i loro spettacolari tuffi “a freccia” per catturare il pesce, vive proprio nel Regno Unito. Gli esperti di RSPB ritengono che complessivamente le sule siano diminuite del 25 percento a causa del virus, con il Galles particolarmente colpito ( – 54 percento degli esemplari riproduttori). La sterna di Dougall, rara e protetta in modo speciale nel Regno Unito, essendoci un’unica colonia riproduttiva sull’isola di Coquet (Inghilterra), ha subito un calo del 21 percento.

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Sono numeri particolarmente drammatici poiché gli uccelli marini vivono a lungo, diventano fertili (in genere) attorno al quinto anno di età e le coppie riproduttive danno normalmente vita a un pulcino per ogni stagione. Tassi di mortalità così elevati hanno un impatto catastrofico sia sulla tenuta delle specie – in particolar modo su quelle che hanno le popolazioni principali nel Regno Unito – che sugli equilibri ecologici. Danni estremi si registrano a colonie in tutto il mondo, con milioni di uccelli selvatici uccisi. In Perù, ad esempio, nei primi mesi del 2023 ha perso la vita più del 40 percento dei pellicani, oltre a 100.000 sule e circa 90.000 cormorani. Non c’è da stupirsi che molti scienziati indicano che sono andati in fumo decenni di conservazione. Il virus H5N1 dell’influenza aviaria, fra l’altro, è stato riscontrato anche nei mammiferi, come foche, volpi, orsi, lontre, visoni e altri animali. Recentemente ha provocato la morte del primo orso polare, una specie già fortemente minacciata dal cambiamento climatico.

L’influenza aviaria H5N1 ha iniziato a circolare negli allevamenti in Cina e, a causa degli scarsi controlli, si è diffusa facilmente agli uccelli selvatici, che attraverso le migrazioni – in particolar modo degli uccelli acquatici – l’hanno portata ovunque nel mondo. Sono milioni i tacchini, i polli, le quaglie e altri uccelli di interesse commerciali uccisi (anche in Italia) per contenere la diffusione del virus, che ha raggiunto numerosi allevamenti in tutta Europa. Dalla Cina è arrivata nel resto dell’Asia e in Africa nel 2003 e ha raggiunto il Vecchio Continente un paio di anni dopo. Ha dato vita a epidemie sporadiche nel corso degli anni, fino a quella catastrofica che ha avuto inizio nel 2021. Fortunatamente il virus non si trasmette facilmente all’uomo, ma una possibile pandemia di H5N1 (HPAI), a seguito di mutazioni imprevedibili del virus, è considerata una delle principali minacce alla salute pubblica.

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