Storie Web martedì, Gennaio 13
L’esule iraniana: «Fuggita in Canada, temo per la vita di mio marito»

Ogni mattina, Azadeh Ghasemi si sveglia presto a Toronto: è già pomeriggio a Teheran, per via del fuso orario, le due città sono separate da otto ore e mezzo. Lo fa per sapere come stanno i suoi ari e per avere ai suoi amici informazioni dirette sull’Iran: vede in tv le proteste dei suoi connazionali e la brutale repressione della teocrazia musulmana dell’Ayatollah Ali Khamenei. Da venerdì scorso, però, non ha più notizie nè dei suoi genitori, né dal marito. «Sono molto preoccupata per la mia famiglia: mio padre mia madre sono anziani, saranno barricati in casa, non vanno in strada a protestare, temo invece per la vita di mio marito» racconta al telefono dal Canada. Per anni, internet e il telefono è stato l’unico modo con cui è rimasta in contatto con i suoi cari e il suo paese: vive giorni di angoscia. Ma «Dopo 47 anni e sei tentativi di cambiare il regime, spero che questa sia la volta buona».

La speranza della fine del regime islamico

Nonostante la paura, la 44enne iraniana non ha un momento di esitazione se le si chiede cosa dovrebbe fare il popolo iraniano: «Se ogni iraniano dovesse fermarsi a pensare al fatto che ha una famiglia o figli che lo aspettano a casa, allora chi potrebbe cambiare le cose? Trovo ammirabile quello che gli uomini e le donne iraniane stanno facendo in questi giorni».

Lei è scappata dall’Iran quattro anni fa: non è una profuga ma un esule sì. Azadeh non si definisce iraniana ma «persiana» e parla «Farsi» che era la millenaria lingua del paese prima della Rivoluzione Khomeinista del 1979: capisce e parla l’arabo, ma non lo usa. Nella lingua della Persia di Serse e degli Achemenidi, il suo nome vuole dire “donna libera”; ma da quando è nata ha visto solo la medievale teocrazia dei capi religiosi islamici. La sorella, invece, vive, anche lei da anni, a Leeds, nel nord dell’Inghilterra.

Paura per la sorte del marito

Azadeh ha sposato il marito 6 anni fa, ma non lo vede da quattro. E’ partita da sola, lui non ha voluto lasciare il suo paese per rimanere a fianco dei suoi altri coetanei per combattere contro il regime: «Non voglio rivelare il suo nome perché è un attivista, è andato sempre in strada a protestare. E’ una persona che si batte per la libertà e non si ferma davanti a nulla. Se fossi lì, andrei in strada anch’io al suo fianco, come le tante altre coraggiose donne di Teheran che scendono in strada e combattono a fianco dei loro compagni». Lei ha scelto una strada più silenziosa: sta cercando di ottenere un permesso di soggiorno permanente in Canada; una volta ottenuto potrebbe far arrivare anche il marito e ricongiungersi. Sempre che, nel frattempo, lui si salvi dalla repressione del regime: «Mio marito ha una storia di attivismo politico ed è stato arrestato tante volte in passato. Se la polizia lo avesse fermato anche stavolta, non rilasceranno mai più o forse peggio».

L’ultimo consiglio è gli Occidentali che osservano sgomenti quello che accade nel paese: «Nessuno pensi di andare in Iran,per andare a vedere com’è la situazione in prima persona. Un europeo potrebbe essere arrestato senza motivo e tenuto in carcere per anni». L’Italia del caso Cecilia Sala ne sa qualcosa.

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