Storie Web giovedì, Marzo 19

Più che una crisi del padre, è una crisi della funzione adulta, in una società che chiede ai figli di adattarsi in fretta, ma fatica a riconoscere i bisogni e offrire una prospettiva di futuro. «Della crisi dell’autorità paterna si parla dagli inizi degli anni Sessanta», osserva Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro, ricordando il declino delle istituzioni che svolgevano una funzione paterna riconosciuta, dallo Stato alla Chiesa, dalla scuola alla famiglia tradizionale. Ma oggi, sostiene, il punto è un altro: «è vero che il cambiamento dei ruoli ha implicato una trasformazione, con la riorganizzazione delle relazioni in famiglia. Ma il problema è che mentre tutti cercavano il padre, è mancata una funzione di riconoscimento dei bisogni base di bambini e adolescenti e delle emozioni base: la paura, la tristezza, la rabbia». Gli adulti dicono di ascoltare di più i figli rispetto alle generazioni precedenti, ma spesso si tratta di «un patto tradito», di un ascolto intermittente dentro una società in cui «non ci sono mai stati adulti così concentrati sui fatti propri». Si chiede ai bambini autonomia precoce, capacità di separazione, adattamento rapido, perché madri e padri devono tornare subito alla produttività. In questo contesto anche la funzione paterna si è confusa. «Abbiamo cercato a lungo di capire cosa volesse dire svolgerla oggi, ma non è mai emersa una definizione davvero convincente», sottolinea Lancini.

La questione si allarga alla natalità e alla costruzione della coppia. Secondo Lancini, i giovani si muovono in un orizzonte radicalmente mutato, in cui «la diminuzione della natalità è per la prima volta una scelta e non l’effetto di guerre o carestie». Siamo davanti alla più grande trasformazione degli ultimi anni e anche il lavoro non basta più a fondare identità, stabilità e progettualità e la storica funzione paterna di lasciare un’eredità si indebolisce. «Facciamo fatica a riconoscere quale dovrebbe essere una funzione di sostegno alla crescita di ragazzi e ragazze».

Quanto alla tecnologia, «non è un oggetto ma è l’ambiente in cui i ragazzi crescono, una società onlife, dove non c’è distinzione tra vita reale e virtuale». Per questo il tema per i padri e le madri non è educare al digitale, ma interrogarsi sul controllo esercitato dagli adulti e sul «sequestro del corpo dei figli», sempre più monitorati e sempre meno liberi di fare esperienza reale. Il vero problema, sottolinea lo psicoterapeuta, è «perché i padri oggi non aiutino i ragazzi a rioccupare le strade. Poi ci lamentiamo se usano troppo Internet. È una dissociazione degli adulti».

La sfida, allora, è tornare a stare nella relazione e offrire alternative concrete. «Oggi una funzione, se vogliamo chiamarla paterna, sarebbe quella di riconsegnare il corpo dei figli alla società», dice Lancini. «Esci e speriamo che torni», dovremmo pensare, salutando i nostri figli sulla porta di casa.

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