Storie Web lunedì, Gennaio 19
La repressione non basta senza cultura del rispetto

Gli ultimi due tasselli a un quadro normativo già composito sono stati aggiunti: la legge che riconosce il reato di femminicidio, approvata dal Senato il 23 luglio 2025 e il 25 novembre al vaglio della Camera dei Deputati per l’approvazione definitiva; e la legge che modifica l’articolo 609-bis del codice penale introducendo in modo esplicito il consenso libero e attuale come elemento centrale per il reato di violenza sessuale, approvata settimana scorsa dalla Camera all’unanimità e al passaggio sempre il 25 novembre al Senato, salvo imprevisti. L’impianto normativo italiano viene riconosciuto come all’avanguardia a livello internazionale, eppure la violenza contro le donne non accenna a diminuire e ogni 25 novembre si commentano dati che, nel migliore dei casi, sono stabili.

Le due gambe su cui il cambiamento culturale necessario può camminare sono investimenti ed educazione. Nel primo caso mancano capitali allocati a sostegno delle novità normative. Non sono sufficienti nuove leggi se non si investe in modo consistente sulla formazione delle forze dell’ordine, degli assistenti sociali e dei magistrati che si trovano quotidianamente ad affrontare casi di violenza contro le donne. Oltre alla necessità di rafforzare i centri antiviolenza. D’altra parte non sarà possibile invertire la rotta se non si punta sulla formazione dei cittadini di domani, con programmi scolastici che prevedano ore di educazione sessuo-affettiva, che nulla hanno a che vedere con le paventate teorie gender. I dati sui giovani contuinuano a rimandarci un quadro fosco: sette ragazzi su dieci guardano contenuti pornografici online (fra i maschi l’89%) e due su dieci lo fa quotidianamente. Non solo. Più di uno su tre ha visto pornografia violenta o non consensuale e il 19% ha ricevuto richieste di comportamenti sessuali visti nella pornografia. A questo si accompagna un incremento dei reati da codice rosso fra i giovani. Agire sul fronte delle pene non sta sortendo risultati evidenti. Lavorare, invece, sull’educazione in ambiente scolastico con professionisti qualificati (e qui si torna agli investimenti) può fare davvero la differenza. La scuola, d’altra parte, è sempre stato un elemento compensativo nell’educazione dei bambini e dei ragazzi, anche rispetto a contesti familiari complessi o di fragilità. Proprio per questo l’ipotesi del consenso dei genitori rispetto all’insegnamento su questi temi rischia solo di creare ulteriore disuguaglianze a livello sociale. Dopo l’Unità d’Italia, la scuola fu l’istituzione identificata per la formazione dell’identità nazionale e della coscienza civica, partendo dall’unificare il Paese linguisticamente. Oggi deve ritrovare quella funzione per sdradicare un problema ormai strutturale in Italia: la violenza contro le donne. Solo così anche le leggi sul femminicidio e sul consenso potranno avere una valenza effettiva e non essere in balìa di interpretazioni e storpiature.

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