Storie Web martedì, Febbraio 27
Notiziario

La fabbrica La Perla a Bologna negli anni 60

La bandiera bianca di Silvio Scaglia

Tanto da arrendersi in soli quattro anni e passare la palla, nel 2017, a un finanziere ancora più spregiudicato di lui, Lars Windhorst, che con il suo fondo Sapinda, poi Tennor, ha disatteso ogni impegno ufficiale preso con il Governo tricolore per un piano di rilancio credibile e sostenibile. E oggi l’ex enfant prodige della finanza tedesca ufficialmente nullatenente (ma gira in jet privato sfuggendo a istituzioni, sindacati e media che lo inseguono) è protagonista di un interessante caso di scuola per il diritto internazionale, con giudici inglesi e italiani che si contendono le redini della liquidazione giudiziale.

La società è inglese (i fondi hanno trasferito da subito marchio e holding a Londra) ma La Perla senza Made in Italy è una scatola vuota.La sfida del giudice Maurizio Atzori della sezione fallimentare del Tribunale civile di Bologna, che oggi come nel 2013 si ritrova a gestire il default di La Perla, non è più decidere tra i due contendenti più generosi per ripagare al meglio i creditori, ma cercare di averla vinta sui liquidatori d’Oltremanica aprendo la porta ai commissari straordinari, per riportare in patria quel che resta dei 70 anni di corsetteria italiana, rimettere insieme produzione, gestione e marchio e sperare che un industriale serio ed esperto del settore si faccia carico di riscrivere un nuovo capitolo di La Perla riportando in equilibrio costi e ricavi. Con la consapevolezza che le giovani generazioni Z della piazza globale e virtuale riconoscono Victoria’s Secret e non La Perla come sinonimo di lingerie del desiderio.

Manifestazioni a Bologna

Gli esordi

È il 1954 quando la bustaia Ada Masotti apre il suo atelier di lingerie a Bologna, battezzandolo “La Perla” perché le sue creazioni erano racchiuse, come gioielli, in cofanetti rivestiti di velluto rosso. Biancheria intima lavorata con il pizzo Leavers, il ricamo Cornely, il merletto macramé, tecniche di soutache e frastaglio (cordoncini e intaglio) sinonimo di esclusività e femminilità. Ma è negli anni Sessanta, quando entra in azienda il figlio di Ada, Alberto Masotti, classe 1937 (che lascia la specializzazione in Medicina e le corsie dell’ospedale Sant’Orsola per far crescere il laboratorio di famiglia), che le “Forbici d’oro” della madre – questo il suo soprannome – diventano famose nel mondo. Seguono decenni di crescita esponenziale. Alberto Masotti, presidente del gruppo dagli anni Ottanta, è affiancato dalla moglie Olga Cantelli, alla direzione creativa, e dalla figlia Anna per la parte commerciale. La capacità di intercettare e anticipare il gusto femminile trasformando la biancheria in elemento di sensualità e bellezza fanno di La Perla un’icona dell’alta moda.

L’ ex patron di La Perla Alberto Masotti a FRI. Fotografo: Benvenuti

A cavallo del nuovo Millennio

Nel 1995 Alberto Masotti viene nominato Cavaliere del lavoro dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, nel 2004 riceve l’Oscar della moda. È l’apice del successo, ma la formula magica con la globalizzazione della domanda e dei mercati si inceppa. Il giro d’affari tracolla velocemente dai 210 milioni del 2005 (con risultati negativi per 25 milioni), ai 186 milioni del 2006 (23 milioni di perdite) e porta alla decisione di aprire il capitale a partner esterni per iniettare finanza.

Il Made in Italy passa in mani straniere

Nel 2007, schiacciata da 70 milioni di debiti, la famiglia Masotti cede prima il 70% del capitale e poi la totalità delle azioni a JH Partners, società con sede a San Francisco specializzata negli investimenti in Pmi del settore consumer la cui serietà sembra garantita dalle università di Yale, Harvard, Princeton, Stanford e MIT come investitori istituzionali. «È stato un gesto di cuore e di cervello. Ritenevamo che una volta arrivati a 70 anni, con l’avanzare di nuove generazioni – ha spiegato Masotti a chi, col senno di poi, gli chiedeva ragioni della cessione – non fossimo all’altezza delle sfide della globalizzazione».

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