
iRobot, l’azienda produttrice dell’aspirapolvere Roomba, ha dichiarato bancarotta. Shenzhen Picea Robotics, il principale produttore a contratto di iRobot, acquisterà gli asset di iRobot. Il crollo del produttore di aspirapolvere robot non rappresenta un caso isolato ma si aggiunge a una lunga lista di esempi in cui il vantaggio del pioniere non è riuscito a creare un successo duraturo. Proviamo a capire cosa è successo.
iRobot quando è arrivata sul mercato ha insegnato a milioni di famiglie una nuova coreografia domestica: tornare a casa e trovare il pavimento pulito senza aver utilizzato una scopa elettrodomestico o un aspirapolvere. Prima che l’intelligenza artificiale diventasse una parola inflazionata, Romba ci ha insegnato come un gesto minimo, quasi invisibile, la pressione di un pulsante poteva essere l’inizio gentile dell’invasione della robotica di massa nelle nostre case. L’azienda nasce nel 2002, costava 200 dollari, e all’epoca era diventato il regolao di Natale insieme all’iPod e ai primi masterizzatori DVD. Era l’idea giusta nel momento giusto. Ma non è bastato.
Vent’anni dopo, iRobot è finita in Chapter 11, la procedura fallimentare americana. Vivrà ancora grazie ai suoi creditori cinesi. Ma scomparirà però l’illusione che partire per primi sia una garanzia di successo duraturo. È una lezione antica quanto l’industria, ma ogni volta fa rumore perché colpisce un simbolo.
iRobot ha creato un mercato e poi lo ha visto trasformarsi in commodity. È la dinamica descritta dall’economista Bruce Greenwald: se non alzi ponti levatoi tecnologici o economici, tutto prima o poi diventa un tostapane. I robot aspirapolvere oggi sono decine, spesso indistinguibili, con prezzi più bassi e cicli di innovazione più rapidi. Marchi come Roborock, Dreame o Eufy hanno replicato e migliorato l’idea, sfruttando catene di fornitura asiatiche, integrazione verticale e margini più sottili. I numeri raccontano la parabola meglio di qualsiasi metafora: iRobot impiega cinque anni per raddoppiare il fatturato fino a 1,4 miliardi di dollari nel 2020; ne bastano tre per dimezzarlo dal picco di 1,6 miliardi del 2021.
A complicare la traiettoria arriva la politica industriale, o meglio la sua assenza coordinata. L’acquisizione da 1,7 miliardi di dollari proposta da Amazon nel 2022 venne bloccata dall’Unione europea per timori antitrust. Il dibattito durò mesi. Nel frattempo iRobot si indebitò con un prestito da 200 milioni di dollari di Carlyle, a condizioni onerose. Quando la decisione arrivò, il mercato era già cambiato. È un caso da manuale di asincronia tra tempi della regolazione e velocità della competizione tecnologica.









