Storie Web mercoledì, Febbraio 25

Eni è un titolo sempreverde nei portafogli italiani, uno di quelli che ha riscosso un gran successo nel periodo delle privatizzazioni. Le prospettive, secondo gli analisti, sono ancora buone: il consenso converge su un prezzo obiettivo a dodici mesi di 17 euro e su un giudizio hold, cioè tenere l’azione.

Il rendimento finora

Chi ha comprato Eni in collocamento, nel 1995, ha guadagnato oltre l’11% l’anno, compresi i 23 euro di dividendi pagati da allora (considerando che siano stati incassati e non reinvestiti). Nel 2007 è arrivata a 28 euro. Alla vigilia della crisi finanziaria globale, infatti, l’economia appariva solida, si stimava un aumento del prezzo del petrolio e il settore dell’oil era considerato strategico e difensivo.

In questo contesto, Eni piaceva perché è una major integrata, aveva margini elevati sull’estrazione, una forte generazione di cassa e utili record. Attualmente, Eni scambia sopra i 18 euro e beneficia indirettamente dalle tensioni tra Iran e Stati Uniti, che stanno alimentando gli acquisti speculativi sul greggio in vista di possibili carenze di forniture o di eventuali sanzioni. Il prezzo del barile, infatti, è uno dei driver principali dei profitti delle società petrolifere.

IL CANE A SEI ZAMPE

Gli indicatori di Eni a confronto con quelli di società europee comparabili

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Il futuro

Paolo Citi, analista di Intermonte, spiega che, appunto, il settore petrolifero è tornato sotto i riflettori per via del rischio geopolitico, che ha oscurato le preoccupazioni per un eccesso di offerta. Inoltre, il freddo intenso dell’inverno che ha investito molte aree geografiche è stato un ulteriore fattore di supporto per i combustibili fossili, in particolare il gas.

Nei prossimi mesi, in caso di riduzione delle tensioni geopolitiche, il greggio potrebbe patire una nuova fase di debolezza, mentre il gas è atteso soffrire nel medio termine per l’aumento di offerta del gas naturale liquido, che potrebbe pesare sulle quotazioni delle major del settore, come Shell, Bp, Total e Repsol in Europa o Exxon Mobil, Conoco e Chevron negli Usa.

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