Tocca al premier Li Qiang in apertura delle Due Sessioni del Parlamento cinese di annunciare ai 3mila delegati la prospettiva di crescita del Pil più modesta dal 1990, una forchetta tra il 4,5 e il 5% che scende ben al di sotto del pur sofferto ritmo di marcia dell’ultimo triennio fissato al 5% circa.

Il Pil del Paese dovrebbe comunque raggiungere il record di 20,4 triliardi di dollari ma la flessibilità dei numeri è il nuovo mantra. E, si capisce il perché.

Il 2026 è gravido di incertezze, con le liti commerciali irrisolte e il recente doppio blitz militare americano su Venezuela e Iran che ha messo in crisi il 14% delle importazioni cinesi di petrolio e la montagna di miliardi di dollari di prestiti concessi finora a questi Paesi. Li Qiang, non a caso, nel suo Work Report prende atto della moltitudine di problemi complessi che stanno pesando sull’economia cinese, un mix tra un “ambiente economico e commerciale internazionale drasticamente cambiato” e “problemi strutturali radicati” cruciali per spingere consumi e investimenti.

Così Pechino è costretta a puntare sulla crescita di qualità, al netto degli imprevisti, sempre in agguato, sempre più difficili da gestire su uno scacchiere internazionale sdrucciolevole. Mentre nella Great Hall of People gremita dai rappresentanti dei due rami del Parlamento risuonano le marcette della banda militare, in Medio Oriente (e non solo) deflagrano le bombe. Ma la Cina va avanti con le sue priorità interne: inflazione al 2%, il livello più basso da oltre due decenni, indicatore di una domanda interna debole, al pari della declinante fiducia dei consumatori tanto che la crescita dei prezzi l’anno scorso è stata dello 0,7%, a chiaro rischio deflazione; deficit di bilancio al 4% circa, identico all’anno scorso; il tasso di disoccupazione urbana, che lo scorso anno si è attestato al 5,2%, nel 2026 sarà intorno al 5,5% e l’obiettivo di creare 12 milioni di nuovi posti di lavoro nelle aree urbane.

Se la domanda interna dei consumatori rimane stagnante, gli investimenti esteri sono da rilanciare facendo leva sulla liberalizzazione delle procedure con il nuovo catalogo degli investimenti favoriti a partire dal 1 febbraio e le porte aperte alle Nazioni non allineate perfettamente con Donald Trump, il Canada di Mark Carney, la Gran Bretagna di Keir Starmer, la Spagna di Sanchez. E, su tutto, il ruolo cruciale della longa manus di Hong Kong, la Regione amministrativa speciale sul cui potenziamento Pechino conta moltissimo.

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