
Schiaffo del Congresso alle politiche commerciali di Donald Trump, simbolico ma sonoro. La Camera americana ha bocciato i dazi contro il Canada, imposti con la legge di emergenza economica nazionale che è alle spalle di gran parte del protezionismo del presidente: ha approvato una mozione per il loro annullamento proposta dall’opposizione democratica, grazie alla defezione di sei repubblicani. La mozione, votata da 219 deputati contro 211, arriva ora al Senato, predisposto al varo perché aveva già passato un simile provvedimento.
Il valore simbolico è dato dal veto promesso da Trump e da insufficienti consensi per superarlo, sarebbe necessaria una maggioranze congressuali di due terzi. Ma che la bocciatura scotti è stato evidente dalla reazione del presidente: ha scomunicato la pattuglia dei conservatori ribelli. I dissidenti hanno sfidato tutti gli sforzi dello speaker della Camera Mike Johnson, fedele alleato di Trump, di tenere uniti i ranghi. Uno dei disertori, il deputato del Nebraska Don Bacon, ha citato pesanti richieste di cambiare il suo voto «da parte di tutti», dei leader del partito repubblicano e della Casa Bianca, comprese offerte di favori.
«Qualunque repubblicano, deputato o senatore, che voti contro la tariffe soffrirà serie conseguenze alle elezioni, comprese le primarie», ha affermato Trump. Johnson ha cercato poi di rassicurare sulle conseguenze per il presidente: «Non cambierà politica, può mettere il veto».
Il segnale è tuttavia indiscutibile: l’economia è diventato uno dei principali talloni d’Achille per Trump nei sondaggi, dall’inflazione al commercio. E si avvicinano le urne di metà mandato per il rinnovo del Parlamento, aumentando le pressioni sui candidati per sfidarlo.
I critici trovano man forte nei dati. Un nuovo studio della Federal Reserve di New York conclude che il 90% dei dazi è pagato in realtà da consumatori e aziende americane, confermando quanto già emerso da analisi di grandi banche e centri di ricerca. L’anno scorso, nei calcoli Fed, i dazi effettivi medi sono saliti al 13% da 2,6%, e il costo anziché essere a carico di imprese estere e Paesi partner come sostenuto dalla Casa Bianca è stato assorbito, con poche differenze nel tempo, dal fronte domestico: tra gennaio e agosto per il 94%, tra settembre e ottobre per il 92% e a novembre per l’86 per cento. L’Ufficio studi del Congresso, guardando al futuro, ha previsto che il trend proseguirà: aziende straniere si faranno carico del 5% delle tariffe, le società Usa del 30% e il 70% peserà sulle tasche dei consumatori a causa di prezzi maggiorati.