Storie Web venerdì, Aprile 3

C’è un luogo, a Gerusalemme, che si preoccupa di preservare il patrimonio culturale di quella terra. Si trova nella città vecchia – un chilometro quadrato di terra dentro le mura ottomane, dove vivono circa 30mila persone, di cui 9 su 10 sono musulmane – ospitato nel cortile di un convento francescano. «È sempre stato un po’ poco invitante per chi vive qui, perché sembra riservato ai pellegrini cristiani, ma in verità è una collezione archeologica che racconta la storia di questa regione». A parlare è Morgane Afnaim, che è approdata da Milano in quella parte di mondo quasi cinque anni fa grazie al servizio civile e all’associazione Pro Terra Sancta e ora, da mediatrice culturale, è project manager di Hakayet Turath – letteralmente “storie dal patrimonio”, in arabo – un percorso formativo volto a istruire e sensibilizzare i giovani locali al patrimonio artistico del loro territorio. Il progetto, portato avanti dai frati francescani e dal Terra Sancta Museum con il supporto dell’Unione Europea Heritage Education Hub for Palestinian Youth, dà ora lavoro a otto ragazzi palestinesi e si occupa di aprire le porte del museo alla popolazione del quartiere, organizzando attività e laboratori artistici e artigianali che hanno raggiunto finora più di 1500 bambini.

«Questa terra non è ricca di risorse naturali, ma ha un patrimonio artistico, culturale e spirituale preziosissimo. Affidato a persone in grande difficoltà: la popolazione palestinese chiaramente ha delle priorità di sopravvivenza oggi», spiega Carla Benelli: storica dell’arte cresciuta a Roma, vive a Gerusalemme Est ormai da quasi trent’anni e coordina i progetti di Pro Terra Sancta. Le sue mani hanno toccato e restaurato i mosaici di Gerico insieme all’archeologo francescano Michele Piccirillo, il Getsemani, e ora lavorano alla conservazione del Santo Sepolcro. «Ma è molto importante trasmettere a chi vive qui le competenze per conservare questo patrimonio: è un vantaggio per tutti e una speranza per il futuro», dice. Dopo decenni di conflitti, l’attenzione «va prima di tutto alle vite spezzate, a chi non può tornare. Insieme alla popolazione, però – che chiaramente che è la prima vittima – c’è anche una vittima meno evidente: la storia, i monumenti, la bellezza di un territorio che viene distrutta», mette in guardia.

Fare arte in mezzo alle bombe

Se le si chiede come sia possibile parlare di arte in mezzo alla guerra e ai bombardamenti, risponde che «non è difficile, perchè le comunità locali sanno che disastro sia perdere qualcosa che ti collega alla tua terra. L’importante è dare opportunità, non chiudere», assicura. Racconta dell’entusiasmo di bambini e scolaresche quando per la prima volta hanno aperto al pubblico il santuario di Betania con visite guidate e laboratori per giovani archeologi. Descrive la gioia di scoprire che qualcosa ti riguarda, che non è accessibile solo ai turisti, e che può diventare risorsa economica per costruire il proprio domani. Oppure un buon motivo per non perdere la speranza oggi, quando gli attacchi israelo-americani all’Iran hanno complicato ulteriormente la situazione. “Noi, preziose come il nardo”, ad esempio, è un progetto di imprenditoria femminile, a Betania, che ha l’obiettivo di restituire indipendenza economica alle donne il cui vissuto è stato profondamente segnato dalla guerra: donne che realizzano a mano candele profumate (10mila quelle prodotte lo scorso anno) e provano a non fermarsi, anche in queste ore in cui le restrizioni sono ancora più aspre.

Le attività didattiche di Pro Terra Sancta per giovani archeologi in erba fuori le mura di Gerusalemme

«Sono posti di lavoro che garantiamo. Sono gocce nella nel mare del bisogno, ma siamo comunque la prova che è possibile trovare dialogo e che il dialogo funziona, che la pace è possibile», riflette Carla.

C’è la fatica quotidiana di stare in luoghi dove «gli ostacoli sono all’ordine del giorno», dice Morgane, «e ogni escalation militare porta un pezzo di restrizione in più. Allora programmi, poi riprogrammi. Con flessibilità. Se il piano A non funziona, c’è il piano B, poi il C e il D. E se non ci sono, te li inventi», scherza, «perchè non è che se chiudi le scuole o i checkpoint (i posti di blocco israeliani in Cisgiordania, ndr) i bambini smettono di esistere».

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