Nel 1872 la speranza di vita in Italia era di appena 29,8 anni, tra le più basse in Europa, mentre in Paesi come Francia, Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia era già compresa tra 40 e 50 anni. A incidere in modo decisivo era soprattutto la mortalità infantile. Da allora il calo della mortalità infantile è stato continuo, interrotto soltanto dalle due guerre mondiali e dalla pandemia influenzale del 1918-1919. E così oggi grazie ad un processo lungo, sostenuto dal miglioramento dell’alimentazione e dell’igiene, dai progressi della medicina, dalla diffusione dei vaccini e, dopo il 1978, dall’istituzione di un sistema sanitario universalistico nell’accesso alle cure l’Italia può considerarsi uno dei Paesi più longevi al mondo. Ma con un grande neo: al Sud in media si vive di meno con differenze anche molti grandi visto che i marchigiani vivono 4 anni più dei campani. Tutti i numeri sulla salute degli italiani sono contenuti nel report dell’Istat “La salute: una conquista da difendere”.
I dati per Regione e la differenza Nord-Sud
Con una speranza di vita alla nascita di 83,4 anni, oggi l’Italia è uno dei Paesi più longevi in assoluto. Tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando a 81,5 e 85,6 anni rispettivamente. L’età mediana alla morte nel 2023 – il parametro che indica che il 50% delle persone è morto prima di raggiungere quella determinata età, mentre l’altro 50% è morto dopo – è stata invece pari a 81,6 anni per i maschi e 86,3 anni per le femmine, con una importante variabilità territoriale: da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche, con uno svantaggio di tutte le regioni più popolose del Mezzogiorno. In particolare sotto la mediana italiana alla morte (84,4 anni) ci sono Valle d’Aosta (84,3 anni), Puglia (84,1), Lazio (83,9), Calabria (83,8), Sicilia (83,3) e appunto in coda la Campania (81,9). Tra le Regioni sopra la mediana italiana alla morte dopo le Marche (86,1 anni) che guida questa speciale classifica ci sono Umbria (85,9), Molise (85,7), Toscana (85,7), Emilia (85,5), Abruzzo (85,4), Liguria (85,4), Basilicata (85,3), Trento (85), Piemonte (84,4), Veneto (84,8), Friuli (84,7), Lombardia (84,6) e Bolzano (84,5). Ma questa differenza tra Nord e Sud non è sempre stata così evidente come oggi.
In passato mortalità più alta tra i maschi al Nord e donne al Sud
Nel 1990 la geografia della mortalità in Italia – spiega l’Istat nel suo report – mostrava differenze marcate sia tra le regioni sia tra uomini e donne. Per i maschi la distribuzione territoriale era eterogenea, con una mortalità più elevata soprattutto nelle aree settentrionali del Paese, mentre per le donne – con livelli complessivamente più bassi – la mortalità risultava più elevata prevalentemente nelle regioni meridionali. Questa differenziazione rifletteva i diversi profili di rischio, legati alla maggiore esposizione maschile ai fattori comportamentali (fumo, alcol, incidenti stradali, rischi occupazionali) e al diverso rapporto con i servizi sanitari, effetto sia dei comportamenti individuali sia delle differenze territoriali nell’offerta e nell’accessibilità delle cure. Ma poi le cose sono cambiate infatti tra il 1990 e il 2023 la mortalità, standardizzata per età diminuisce del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne. Tuttavia, la riduzione è più marcata nelle regioni del Centro-Nord, dove in alcune regioni supera il 50%, mentre in quasi tutto il Mezzogiorno è intorno al 35%. Come risultato, nel 2023 le geografie maschile e femminile sono oggi sovrapponibili: entrambe mostrano livelli più elevati nel Mezzogiorno, con Campania e Sicilia nettamente distanziate dal resto del Paese, indicando come la sopravvivenza in Italia sia oggi fortemente condizionata dal territorio di residenza
La sfida dei 13 milioni di italiani pazienti cronici
Ma se è vero che in Italia si vive di più, l’invecchiamento della popolazione pone nuove sfide sanitarie e sociali, legate all’aumento di patologie tipiche della vecchiaia (tumori e malattie cardiovascolari) e alla multimorbilità (la presenza simultanea di 2 o più patologie sulla stessa persona), che nel nostro Paese già interessa 13 milioni di individui. Tra i fattori principali che hanno contribuito, storicamente, all’aumento della longevità media, il drastico calo della mortalità entro il primo anno di vita, che nel 2023 si è attestata a 2,7 su mille nati vivi, uno tra i valori più bassi al mondo, mentre nell’Ottocento era di 230 su mille. Ma insieme ai guadagni di longevità, in Italia è aumentata la diffusione di patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana. I tumori sono passati dal 2-3% dei decessi alla fine del XIX secolo al 26,3% nel 2023, e le malattie cardiovascolari dal 6-8% al 30%, diventando dalla seconda metà del Novecento la principale causa di morte. Aumentano anche i diabetici e gli ipertesi, non solo per via dell’invecchiamento della popolazione ma anche per le nuove capacità diagnostiche, la precocità dei controlli e la diffusione di stili di vita scorretti.
Si riduce la quota di anziani in cattiva salute
Allo stesso tempo, negli ultimi 30 anni la quota di persone che si dichiara in cattiva salute è diminuita dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025. La prevalenza delle persone in cattiva salute cresce con l’età, in particolare tra le donne, ma sono proprio le fasce più anziane ad avere registrato i miglioramenti più significativi: nel 2025 ha dichiarato di stare male o molto male quasi il 28% delle donne di 85 anni e più, tra le quali la quota si è dimezzata rispetto al 1995; tra i coetanei uomini la quota si è ridotta dal 39,5 al 17,2%, avvicinandosi a quella della coorte 75-84. “Escludendo la parentesi del Covid, grazie a vaccini e antibiotici si muore molto meno per le malattie infettive e questo ha portato a un aumento della longevità – spiega Giovanni Rezza, epidemiologo e già a capo del Dipartimento della prevenzione del ministero della Salute -. Dopodiché l’invecchiamento di per sé comporta un aumento delle malattie cronico-degenerative, come tumori e malattie cardiovascolari”. Rezza sottolinea il ruolo centrale della sanità pubblica per affrontare il cambiamento demografico. “Abbiamo un Sistema sanitario nazionale che certamente è stato una grande conquista e speriamo, anche se in tempi di crisi, di mantenerlo in vita e in efficienza”, spiega l’esperto, che rileva tuttavia come “il fatto che la qualità dell’assistenza può essere diversa da Regione a Regione gioca un ruolo nelle differenze territoriali sull’aspettativa di vita”.
