«La posizione della Spagna si riassume in poche parole: no alla guerra». È quanto ha detto il presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez, in una dichiarazione istituzionale dal Palazzo della Moncloa, all’indomani delle minacce del presidente statunitense Donald Trump di interrompere le relazioni commerciali con Madrid per il rifiuto di autorizzare l’utilizzo delle basi congiunte di Moron e Rota, in Andalucia, nell’operazione israelo-statunitense contro l’Iran.
«La domanda è se siamo dalla parte della legalità internazionale e, pertanto, della pace», ha anche detto il premier spagnolo nell’esigere «una soluzione diplomatica e politica» ai conflitti in Medio Oriente.
«Questa crisi ci colpisce ed esigiamo tutta la risoluzione da parte degli Stati Uniti, Iran e Israele perché cessino le ostilità prima che sia troppo tardi», ha continuato il premier spagnolo, avvisando che Madrid «non sarà complice di qualcosa di dannoso per il mondo», come il conflitto con Teheran, «solo per il timore di rappresaglie di alcuni». Il riferimento era evidentemente a «The Donald».
La guerra in Iraq del 2003 «ha portato a un mondo più insicuro e a una vita peggiore» e il conflitto attuale di Stati Uniti e Israele con Iran «non poterà a un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né migliori servizi pubblici, né un ambiente più sano», ha spiegato Sanchez. «Il mondo, l’Europa e la Spagna ci sono già passati», ha affermato, ricordando che «23 anni fa gli Stati Uniti ci trascinarono in una guerra per eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, per portare la democrazia e garantire la sicurezza globale. In realtà produsse l’effetto contrario».
Secondo Sanchez, quel conflitto provocò «insicurezza, aumento del terrorismo jihadista e un aumento dei prezzi dell’energia. Quello fu il regalo del trio delle Azzorre: un mondo più insicuro e una vita peggiore», ha segnalato. «È presto per sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze simili», ha anche rilevato il leader socialista, ma si è detto certo che «non ne uscirà un ordine internazionale più giusto».
