
Non più solo tema ideologico, né risposta difensiva alle tensioni geopolitiche: la sovranità digitale è diventata una variabile economica centrale, strettamente legata all’impiego strutturato delle nuove tecnologie come motore di crescita. È questa la tesi di fondo che emerge dal report “Digital Innovation with Control: Clearing the Cloud” (realizzato da Implement Consulting Group per conto di Google Cloud), studio che quantifica in 1.200 miliardi di euro il potenziale incremento del Pil europeo legato all’adozione del cloud e dell’intelligenza artificiale e che attribuisce alla catena del valore dell’AI un contributo di circa 200 miliardi entro il 2034, con tre quarti di questa cifra derivante da applicazioni e servizi.
Triplicare la capacità dei data center
Affinché questa previsione possa concretizzarsi, c’è però una condizione di ordine infrastrutturale da soddisfare. Per sostenere la domanda di calcolo, analisi dati e distribuzione di servizi digitali avanzati, l’Europa dovrebbe triplicare la capacità dei propri data center nei prossimi cinque-sette anni, mobilitando investimenti stimabili in 400 miliardi di euro. Un obiettivo difficilmente raggiungibile, si legge ancora nel rapporto, senza un contesto normativo più armonizzato e di stimolo alla spesa, capace di ridurre la frammentazione regolatoria tra Stati membri e, non in ultimo, attrarre capitali. Il messaggio chiave che gli esperti lanciano in direzione di aziende e governi è dunque molto esplicito: la sovranità digitale non coincide con l’autarchia tecnologica bensì nasce dall’equilibrio fra accesso alle soluzioni AI più avanzate e sicurezza, fra resilienza cibernetica e sostenibilità dei grandi data center hyperscale, il tutto sotto il cappello di un’autonomia fondata su regole chiare. In un mercato aperto, in altre parole, vanno creati i presupposti per dare vita a un ecosistema in cui innovazione, controllo, responsabilità e governance convergono.
La crescita del private cloud
In Italia, il cloud sovrano è ormai entrato nei piani strategici delle imprese e lo confermano anche gli ultimi dati elaborati dal Politecnico di Milano, che riflettono una fase segnata da un approccio più selettivo delle aziende e da scelte più consapevoli su dove collocare i workload critici, in base a livello rischio, valore del dato e requisiti di conformità. È in questo scenario che trovano terreno la forte crescita del private cloud (rispetto a un mercato che nel 2025 ha registrato nel suo complesso un incremento del 20% per superare quota 8,1 miliardi di euro) alimentata dalla domanda di maggiore controllo sul dato e l’affermazione delle architetture ibride (adottate dall’87% delle grandi aziende) e multi-cloud. Non deve passare inosservato, inoltre, il fenomeno della “cloud repatriation” (per quanto ancora limitato nei numeri), visto e considerato che un terzo delle organizzazioni sta riflettendo sul rientro selettivo dei carichi di lavoro, soprattutto quelli più sensibili. La sovranità digitale, e su questo concetto convergono le opinioni di diversi operatori, è sempre più un fattore determinante nelle strategie tecnologiche delle imprese e per quanto non esista un approccio unico da adottare, è palese la progressiva ascesa del modello “sovereign-by-design”, secondo cui la conformità normativa (Nis2, Dora, AI Act) si trasforma in un principio architetturale e non un vincolo ex post.
Le mosse delle Big Tech (e i nodi aperti)
La pressione sulla sovranità digitale, nondimeno, ha prodotto effetti tangibili sulle strategie delle Big Tech, accomunate dalla necessità di adattare il cloud globale alle richieste europee. Ripercorriamo velocemente le loro mosse: Amazon Web Services ha aperto di recente in Germania l’European Sovereign Cloud, un cloud indipendente, fisicamente e logicamente separato dalle altre region Aws, con un investimento previsto di oltre 7,8 miliardi di euro entro il 2040. La nuova infrastruttura gestirà dati, metadati e accessi ai servizi senza dipendere da sistemi extra-Ue e dovrebbe portare in dote oltre 17 miliardi di euro al Pil tedesco. Google Cloud, a sua volta ha inaugurato lo scorso novembre a Monaco di Baviera il suo primo Sovereign Cloud Hub europeo, pensato come spazio di sperimentazione per clienti e partner Ue anche in tema di soluzioni di AI sovrana. Anche Microsoft, dal canto proprio, ha ampliato la propria offerta di cloud sovrano garantendo l’elaborazione delle applicazioni AI interamente in Europa e una specializzazione “Digital Sovereignty” per i propri partner. La direzione è quindi segnata anche se resta un nodo irrisolto, che va oltre le scelte architetturali, ovvero sia il Cloud Act Usa: anche quando i dati risiedono e sono “lavorati” in Europa, i grandi provider americani restano soggetti a una giurisdizione extra-Ue, lasciando aperto il tema di una sovranità necessariamente imperfetta. La vera partita del cloud sovrano, questo è però ormai chiaro, non può passare dall’esclusione delle Big Tech ma attraverso la costruzione di un ecosistema in cui innovazione e governance di dati e architetture devono coesistere.