
C’è una parola che, più di altre, racconta questa storia: priorità. È la parola chiave dell’email interna con cui il Washington Post ha comunicato alla redazione che alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina non ci sarà. Nessun inviato. Nessuna squadra sul posto. Una scelta che Il New York Times ha rilanciato come notizia-simbolo di qualcosa di più grande: la crisi strutturale di uno dei giornali che hanno fatto la storia del giornalismo americano.
La decisione, via email
«Mentre valutiamo le nostre priorità per il 2026, abbiamo deciso di non inviare un contingente alle Olimpiadi invernali», scrive Kimi Yoshino, caporedattore del Post. E aggiunge, quasi a margine di una decisione già presa: «Siamo consapevoli che questa decisione e il suo tempismo saranno deludenti per molti di voi». Traduzione: la coperta è corta, e si comincia a tagliare da ciò che fino a ieri era intoccabile.
Il tempismo, appunto. La comunicazione arriva a ridosso dei Giochi di Milano Cortina (che partiranno il 6 febbraio), quando alcuni giornalisti avevano già prenotato viaggi e trasferte. Anni di tradizione olimpica interrotti con una mail. Un dettaglio che pesa, anche perché i costi principali erano già stati sostenuti: solo per l’alloggio, si parla di almeno 80mila dollari. Il risparmio, quindi, è parziale. Il segnale, invece, è totale.
Le difficoltà
Anche perché le Olimpiadi non sono solo sport. Sono un grande acceleratore narrativo, un dispositivo globale di attenzione, un laboratorio di storie. Rinunciarvi significa dichiarare che il problema non è l’evento, ma il modello. Ed è qui che la vicenda sportiva si salda con quella aziendale.
Secondo le indiscrezioni che rimbalzano da qualche giorno sui media di oltreoceano in redazione circolano voci insistenti di licenziamenti imminenti: oltre cento posti di lavoro, più del 10% dello staff, con tagli che potrebbero colpire soprattutto sport, metropoli ed esteri. Settori che non producono utili immediati ma costruiscono reputazione, autorevolezza, profondità.