Come dice il termine inglese, il “parental control” è una forma di “controllo” che il genitore applica sui dispositivi digitali (dalla Tv allo smartphone) per monitorare le modalità e i tempi con cui i figli utilizzano questi device e soprattutto per evitare che entrino in contatto con contenuti o persone inappropriate. Come riporta l’Istituto Superiore di Sanità i minori trascorrono in media tra le 5 e le 7 ore al giorno online, e uno studio condotto su circa 18.000 studenti italiani ha rilevato che il 2,5% presenta caratteristiche compatibili con una dipendenza dai social media, una percentuale che, proiettata sull’intera popolazione scolastica italiana tra gli 11 e i 17 anni, corrisponde a circa 100.000 adolescenti. In questo scenario, molti genitori si rivolgono al parental control come se fosse uno scudo infallibile. Ma la ricerca dice davvero che basta uno strumento tecnico a tenere i figli al sicuro?
Cos’è esattamente il parental control e come funziona?
Con il termine “parental control” si indicano tutti gli strumenti – integrati nei sistemi operativi di TV, smartphone, tablet, console di gioco oppure installabili come applicazioni – che permettono ai genitori di filtrare i contenuti accessibili ai figli, di impostare limiti di tempo, di bloccare acquisti non autorizzati o di conoscere la posizione del dispositivo. I sistemi operativi più diffusi offrono funzioni di controllo già preconfigurate, attivabili attraverso un codice personale scelto dal genitore. Esistono poi applicazioni più avanzate che permettono di visualizzare la cronologia delle navigazioni, i messaggi ricevuti e inviati, i movimenti sul territorio. Come ricorda il Dipartimento per le Politiche della Famiglia del Governo italiano, questi strumenti possono applicarsi a computer, televisioni, smartphone e tablet. Tuttavia, per quanto sempre più efficaci, non possono essere considerati una soluzione sufficiente da sola a garantire il benessere dei figli in rete.
Il parental control da solo è sufficiente a proteggere i miei figli?
No, non è sufficiente da solo. Una revisione rapida della letteratura pubblicata nel 2024 e basata sull’analisi di 40 studi, ha concluso che i risultati del parental control come strategia autonoma sono complessivamente misti: alcune applicazioni portano benefici, ma altre non mostrano alcun effetto, alcune limitano le opportunità di crescita dei ragazzi e alcune producono effetti negativi sulla comunicazione tra genitori e figli. Gli stessi autori sottolineano che gli strumenti di controllo basati su tecniche invasive per la privacy, su regole imposte in modo autoritario o su misure troppo rigide tendono a essere inefficaci e non vengono apprezzati né dai genitori né dai figli. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sulla rivista JMIR Pediatrics and Parenting ha rilevato un effetto significativo nella riduzione del tempo di utilizzo degli schermi negli studi controllati randomizzati, ma solo quando gli interventi coinvolgevano attivamente i genitori in un percorso educativo più ampio. In sintesi, il parental control funziona meglio quando è parte di una strategia più ampia che include la comunicazione. Dell’importanza della comunicazione e delle strategie utili avevamo già parlato nella scheda “Dottore, ma è vero che gli adolescenti non corrono rischi su Internet?”
Cosa dice la ricerca sul dialogo tra genitori e figli sull’uso dei controlli tecnici?
La ricerca mostra in modo abbastanza consistente che la mediazione attiva – cioè parlare con i figli di quello che fanno online, spiegare i rischi, navigare insieme – è associata a livelli più bassi di esposizione ai rischi in rete rispetto alle strategie basate solo sulla restrizione e sul controllo. Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista International Journal of Adolescence and Youth ha rilevato che i genitori ricorrono sia alla mediazione attiva sia a quella restrittiva, e che quelli che privilegiano il dialogo aperto riferiscono una maggiore consapevolezza dei comportamenti online dei figli. Dati coerenti emergono dallo studio condotto dall’ISS sulla Generazione Z: proprio i ragazzi più a rischio di dipendenze comportamentali sono quelli che dichiarano più difficoltà a parlare con i propri genitori di cose che li preoccupano. Non sorprende quindi che ricercatori e organismi internazionali concordino nell’affermare che la sicurezza digitale non può essere delegata interamente a uno strumento tecnologico. Come precisa l’ISS nel comunicato del 2025 in occasione della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia, la sicurezza digitale non può essere delegata ai minori ed è responsabilità degli adulti, ma quella responsabilità si esercita soprattutto attraverso la presenza e il dialogo.
Come dovrei usare il parental control in modo utile?
La ricerca suggerisce di usarlo in modo trasparente, condiviso e proporzionato all’età del figlio: non è indicato installare software di controllo a insaputa del figlio, al contrario è utile concordare insieme i limiti temporali e discuterli collettivamente. Questo approccio – che potrebbe essere definito di co-regolazione – è quello che produce i risultati migliori secondo la letteratura disponibile. È utile ricordare, infine, che in Italia la normativa fissa a 14 anni l’età minima per l’accesso autonomo ai social network, e che il dialogo tra genitori e figli su questi temi deve cominciare molto prima, adattandosi gradualmente alle diverse fasi di sviluppo.
