Storie Web domenica, Gennaio 18
Il MarTa di Taranto espone 19 reperti restituiti dal Metropolitan Museum di New York

Altri reperti archeologici trafugati dall’Italia anni addietro tornano nel Museo archeologico nazionale di Taranto (MarTa in sigla) grazie alle indagini dei Carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Artistico. Ad aprile 2023 è toccato al gruppo scultoreo in terracotta di “Orfeo e le sirene”. Trafugato negli anni ‘70 con uno scavo clandestino dall’area di Taranto, che nell’antichità fu capitale della Magna Grecia, era finito prima in Svizzera e poi a Los Angeles, al Paul Getty Museum. E ora dal 16 dicembre al MarTa é esposta una collezione ulteriore di 19 lotti, che fanno parte di un patrimonio di circa 60, proveniente dal Metropolitan Museum di New York dove erano approdati con un giro illegale. I reperti esposti a Taranto sono nella mostra “Memorie Trafugate” e sono tornati grazie all’azione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e della Procura della Repubblica di Roma. A sua volta, il ministero della Cultura ha sviluppato tutta una diplomazia culturale sia con il Met di New York che con l’amministrazione americana. I reperti fanno parte di una serie di oggetti antichi confluiti nella società inglese in liquidazione Symes Ltd e appartenuta al trafficante di antichità Robin Symes, uno dei nomi più noti del ventesimo secolo per questo tipo di traffico e che negli anni ha rivenduto i reperti ai più famosi musei del mondo, che li hanno acquistati ignorando da dove provenissero. Rispetto a quanto Robin Symes aveva acquisito ed esportato illecitamente negli anni, dal 2000 ad oggi ministero della Cultura e Carabinieri hanno riportato in Italia circa 750 reperti.

La testa in marmo della dea Atena

Tra i beni in esposizione a Taranto, spicca una testa in marmo della dea Atena che risale alla fine del terzo secolo avanti Cristo. La testa della dea é collocata nella cassa usata per il trasporto e potrebbe essere stata inizialmente collocata nella cella di un tempio all’aperto come immagine votiva. Atena é una dea guerriera. Altri oggetti sono una pittura parietale con scene di battaglia, fibule del 325-300 avanti Cristo e secondo secolo avanti Cristo, anello del sesto secolo avanti Cristo, rilievi in terracotta e pietra tenera, ornamenti in bronzo con innesti d’oro. I reperti sono privi di documentazione sul contesto di provenienza e spesso presentano manomissioni o restauri impropri, elementi che non consentono una ricostruzione immediata del loro percorso, né di attribuirli con certezza a un territorio specifico, che non è necessariamente riconducibile all’area tarantina. Solo alcuni manufatti mostrano affinità evidenti e coerenti con materiali conservati nelle collezioni del Museo di Taranto, mentre per altri qualsiasi ipotesi rimane prematura.

Falzone: riconnesso quanto era stato smembrato

Stella Falzone, direttrice del Museo di Taranto, parla di «giornata importante. La nostra valorizzazione – spiega – punta a costruire percorsi di conoscenza e di consapevolezza. I reperti sono rientrati in Italia grazie all’azione dei Carabinieri addetti alla Tutela del Patrimonio Culturale, un’eccellenza italiana che sta a dimostrare che il nostro patrimonio storico-artistico é protetto da mani sapienti e capacità vigilanti».

Per Falzone, «il traffico illecito dei reperti e l’azione criminosa hanno staccato l’oggetto, il bene, dalla connessione con il contesto della storia e del territorio. La relazione tra oggetti e contesto é molto importante. Noi abbiamo riconnesso e dato senso a qualcosa che qualcuno aveva smembrato per mercimonio e per trarne solo un profitto economico. Sino a qualche tempo fa, istituzioni museali importanti non si ponevano grandi scrupoli nel prendere beni d’arte e archeologici di ignota provenienza, ma adesso la rotta si è invertita. Grandi Musei come Boston, Metropolitan, Getty, parlo dei più importanti musei americani, stanno favorendo le restituzioni grazie alla diplomazia culturale dell’Italia e del nostro ministero della Cultura».

Marinucci: indagini complesse e percorsi infiniti

«Ci si chiede spesso come mai questi reperti rientrano in Italia dopo venti anni e a volte anche più – afferma il colonnello Antonio Marinucci, comandante dei Carabinieri di Taranto, che nell’illustrazione ha rappresentato anche il nucleo TPC dell’Arma -. Il motivo è che si fanno prima tante verifiche con indagini complesse, lunghe, internazionali. I Carabinieri della Tutela del Patrimonio Culturale partono dal monitoraggio delle case d’asta e dei broker di oggetti d’arte e seguono la loro attività. Spesso le opere esportate senza certificazione e autorizzazione seguono percorsi infiniti. Anche i documenti relativi al bene sono sottoposti a lavaggi e rilavaggi in modo che la ricostruzione del tragitto diventi difficile. Solo dopo che questo lavoro é stato fatto, si può andare in un Museo e presentare riscontri e dati oggettivi che testimoniano che quel bene archeologico é stato trafugato». «È molto importante – conclude Marinucci – fotografare i beni d’arte. I Carabinieri del Patrimonio Artistico hanno una banca dati relativa alle opere d’arte rubate costantemente alimentata e questo facilita il rintraccio e il recupero delle stesse opere».

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