
n Italia ci sono 22,5 milioni di animali da compagnia che vivono stabilmente nelle case degli italiani: secondo l’Istat 10 milioni di famiglie – in pratica una su quattro – ne possiede almeno uno, soprattutto cani e gatti. Questi coinquilini, oltre a diventare compagni di vita sono anche dei veri e propri alleati della salute dei loro padroni con effetti benefici, provati da vari studi, su stress, ansia, depressione e addirittura la salute cardiovascolare. Ma quanto costa curarli? Il conto come appena certificato dalla Ragioneria generale dello Stato che attinge ai dati della tessera sanitaria è sempre più salato per i padroni tanto è vero che è raddoppiato nel giro di nove anni a fronte di un aumento limitato (+1,5%) del numero dei pet : se nel 2016 gli italiani hanno speso 642,14 milioni per curarli meno di dieci anni dopo (nel 2024) il costo è salito 1.236,96 milioni. La stragrande maggioranza delle spese è legato alle visite veterinarie per 866 milioni e i farmaci, i cui costi sono più che raddoppiati raggiungendo i 320 milioni.
Costi che pesano sui bilanci delle famiglie che hanno alcuni strumenti a disposizione per risparmiare un po’. Innanzitutto che si prende cura di cani, gatti o altri animali domestici può beneficiare delle agevolazioni fiscali sulle spese veterinarie da portare in detrazione nella dichiarazione dei redditi. Come accade per le spese mediche, l’agevolazione si applica solo oltre la cifra di 129,11 euro e fino al limite di 550 euro fino per un valore massimo di sconto pari a circa 80 euro. Da pochi mesi è infine diventato finalmente operativo un contributo specifico, previsto dalla manovra del 2024, per gli over 65: un bonus sulle spese veterinarie da assegnare in base all’Isee (che deve essere inferiore ai 16.215 euro), ma le risorse sono molto limitate e quindi c’è il rischio che il beneficio sarà davvero disponibile solo per pochi fortunati.
C’è però una voce di spesa – quella per i farmaci – che potrebbe avere un impatto meno pesante sulle tasche delle famiglie che hanno un animale da compagnia in casa. Il nodo sta nel fatto che un principio attivo destinato alla cura di un cane o un gatto costa molto di più rispetto a quello – identico – destinato a pazienti umani. A esempio un diuretico per animali costa tra i 12,70 e i 13,40 euro contro gli 1,72 euro di quello umano; l’antibiotico a base di amoxicillina costa tra i 26,24 e i 27,25 euro contro i 7,90 di quello umano e infine un cortisonico varia di prezzo tra i 14,50 e i 16,20 euro per gli animali contro i 3,25 euro di quello umano. Perché? Il problema ha diverse ragioni e radici antiche: il mercato dei farmaci veterinari è sicuramente più limitato di quello umano e da qui i prezzi più alti, ma il problema è anche proprio nei prezzi che al contrario di quelli dei medicinali umani non vengono negoziati dall’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) ma sono “liberi”. Eppure la stragrande maggioranza dei medicinali umani viene prima sperimentato proprio negli animali, tanto è vero che in casi limitati quando non è disponibile il farmaco per l’animale il veterinario può prescrivere l’impiego di quello a uso umano. Del prezzo dei farmaci per gli animali si è parlato ne giorni scorsi anche al ministero della Salute, nel corso dell’incontro su «Antimicrobico-resistenza. Evidenze scientifiche, sostenibilità del Ssn e di nuovi modelli territoriali», organizzato da Fenagifar (La Federazione delle associazioni dei giovani farmacisti). «I farmaci veterinari scontano una scelta del ’92: la liberalizzazione dei prezzi», ha ricordato il presidente di Federfarma Marco Cossolo. Una scelta operata «pensando che portasse a una riduzione dei costi, ma non è stato così. La liberalizzazione ha funzionato solo con la telefonia. Dobbiamo ripensare questo meccanismo», ha aggiunto. Una occasione nella quale il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato con delega alla farmaceutica ha ribadito come «innegabilmente alcuni principi attivi costano molto di più rispetto quelli per uso umano» e di come «il Governo intende intervenire, come abbiamo già fatto per la Fip, la peritonite infettiva felina, autorizzando l’impiego di remdesivir. L’ulteriore step – avverte il sottosegretario – è quello di poter rendere sostenibile la cura dei nostri animali: diverse misure sono state già prese, ora dobbiamo dare organicità a questo lavoro».
Infine Vladimiro Grieco, Presidente Fenagifar, ha puntato il dito contro l’antimicrobico-resistenza: «Anche sui farmaci per uso veterinario domestico va messa più attenzione. Andrebbe accorciata data di scadenza in modo che non vengano utilizzati antibiotici avanzati da precedenti terapie e andrebbe resa obbligatoria la ricetta elettronica con una serie di filtri che noi farmacisti conosciamo bene per limitarne l’utilizzo improprio».