Storie Web domenica, Aprile 5

Se il mondo scivolerà verso la recessione, non resterà che pronunciare un semplice «Grazie Trump». Due parole che racchiudono un’amara verità: la responsabilità del Presidente americano per gli effetti economici della guerra in Iran.

Non è più credibile presentare la guerra del Golfo come un’operazione rapida e limitata nel tempo, quando siamo già immersi in un’incertezza strisciante che alimenta un quadro di elevata inflazione, di tassi in salita che impattano sui debiti pubblici e un crescente clima di sfiducia destinato a lasciare tracce profonde sulle economie globali.

Le previsioni di mancata crescita del Pil da parte di istituzioni pubbliche e private giorno dopo giorno si susseguono e concordano sul delineare l’Europa come l’area più fragile. Ma le ricadute, seppur meno acute, si stanno manifestando anche in una America che si accinge ad andare al voto di midterm.

Alternare flebili aperture diplomatiche, con un linguaggio bellico che annuncia l’intensificazione di azioni militari risolute per chiudere il conflitto in Iran, non si traduce in una credibile exit strategy. Sono frasi ad effetto che possono pure muovere a piacimento i mercati e solo fino a un certo punto l’opinione pubblica e il quadro economico nel suo complesso. Queste politiche prima o poi presenteranno il conto anche al Tycoon, non solo in termini di deterioramento del consenso interno.

Fino a oggi Trump ha potuto sfruttare un contesto di mercati iper reattivi e un elettorato più lento nei riflessi. Ma fino a quando? Il sistema economico ragiona in termini più lunghi e il rischio è che la percezione di un conflitto mal gestito sia destinato a gravare pesantemente non solo sulla crescita economica, ma anche sulla sua figura di statista salvatore della Patria.

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