
È il primo caso ed è da capire se rimarrà isolato o se ci saranno altre decisioni simili. In ogni caso rappresenta un passaggio significativo all’interno della vicenda giudiziaria sull’urbanistica milanese. Ieri il Comune di Milano ha ordinato l’abbattimento dei cantieri di via Fauchè per la realizzazione di un grattacielo da 200 appartamenti all’interno di un cortile, nonché uno dei progetti posti sotto sequestro con l’accusa di abuso edilizio.
Si tratta, spiega Palazzo Marino, di un atto dovuto in seguito alla sentenza del Consiglio di Stato dello scorso novembre, che ha stabilito che le caratteristiche dell’intervento edilizio andavano oltre la «ristrutturazione ricostruttiva». In questa stessa sentenza il Consiglio di Stato ha anche precisato che per definire un’attività semplice ristrutturazione, per cui una “super Scia” può essere sufficiente, occorre che demolizione e ricostruzione siano atti contestuali, oltre al rispetto di una sagoma e di una volumetria precedente. Per i giudici evidentemente il caso di via Fauché non rispetta questi presupposti.
Il palazzo nel cortile di via Fauché può essere distrutto perché non ancora terminato e perché non ci sono ancora inquilini o “famiglie sospese”, come in altri edifici. Quindi se da una parte potrebbe rappresentare un precedente, dall’altro è difficile immaginare scelte simili per progetti ormai terminati e con appartamenti venduti. Inoltre la giustizia amministrativa può essere letta anche solo relativamente al singolo caso. Infine, il caso di via Fauché sembra avere difformità più eclatanti rispetto ad altri casi.
Pur con tutte queste riflessioni che possono circoscrivere la decisione al solo cantiere preso in esame, appare evidente che questa scelta rappresenti un ulteriore passo indietro per il Comune di Milano. Palazzo Marino attraverso una serie di decisioni sta nei fatti rivedendo le scelte del passato: sta modificando il Pgt imponendo il Piano attuativo come strada principale per rilasciare autorizzazioni; ha smantellato la vecchia commissione Paesaggio che autorizzava i costruttori tramite una Scia; sta chiedendo alle società immobiliari di “correggere” i propri titoli a costruire, rinunciando alle Scia già ottenute e pagando oneri di urbanizzazione aggiuntivi.
Dal momento della notifica del provvedimento, il proprietario dell’area ha 90 giorni di tempo per procedere alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi. In caso di inadempienza, dal 91° giorno scatterà una sanzione amministrativa compresa tra 2mila e 20mila euro, con la possibilità per il Comune di acquisire gratuitamente l’area al patrimonio pubblico.