Sbagliato considerarlo come vanità da social o esercizio di stile. L’identità pubblica di chi rappresenta un’azienda – il volto, la voce, la credibilità – si sta trasformando sempre di più in un vero asset competitivo, capace di spostare fatturato, margini e reputazione.
I vantaggi
È la tesi che emerge dall’indagine condotta da Stand Out su un campione di 350 imprese italiane di piccole e medie dimensioni mostra come quelle che hanno investito in strategie integrate di branding abbiano ottenuto: un aumento del 21% nella fidelizzazione dei clienti, una riduzione del 17% dei costi di acquisizione e una migliore attrazione di talenti e partner strategici.
Insomma, le imprese che investono “in modo sistematico” nel personal brand di riferimento registrerebbero +18% di ricavi annuali e fino a +23% di valore percepito presso clienti e stakeholder.
«Il ritorno sull’investimento nel branding – dice Gianluca Lo Stimolo, ceo di Stand Out – è oggi più misurabile che mai. Quando un brand comunica coerenza, valori chiari e una proposta distintiva, genera fiducia. E la fiducia, nel medio periodo, si traduce in margini più alti e relazioni più stabili con il mercato».
La reputazione come leva economica
Il passaggio chiave è culturale prima ancora che comunicativo: il brand non è più soltanto “marketing”, ma una componente del valore d’impresa. Non a caso, nel capitalismo contemporaneo il peso degli intangibili (tra cui anche brand, reti, reputazione) è cresciuto enormemente: in molte grandi aziende la parte non fisica del valore è diventata dominante.
