Chi non si è mai svegliato di notte turbato da un sogno spaventoso? I brutti sogni sono molto comuni e di solito non hanno alcun significato clinico. Tuttavia, la ricerca scientifica degli ultimi decenni ha individuato un tipo particolare di disturbo del sonno – quello in cui si agisce fisicamente mentre si sogna, muovendosi, urlando o cadendo dal letto – che può essere un segnale precoce di alcune malattie neurologiche, come il morbo di Parkinson. Si tratta di un’area di ricerca in rapida evoluzione, che sta cambiando il modo in cui i medici guardano ai disturbi del sonno come possibili campanelli d’allarme di patologie più gravi. In occasione della Giornata Mondiale del Parkinson dell’11 aprile, facciamo insieme un po’ di chiarezza.
Cos’è il disturbo comportamentale del sonno REM?
Il sonno è composto da più fasi che si alternano durante la notte. Una di queste, chiamata fase REM (dall’inglese Rapid Eye Movement, ovvero “movimento rapido degli occhi”), è quella in cui si sogna di più. In condizioni normali, durante la fase REM i muscoli del corpo sono temporaneamente “bloccati”: il cervello sogna, ma il corpo non si muove. Nel disturbo comportamentale del sonno REM – indicato con la sigla inglese RBD (Rapid eye Movement sleep Behavior Disorder) – questo meccanismo di blocco non funziona correttamente. Chi ne soffre si muove davvero mentre sogna: può urlare, scalciare, gesticolare con forza, o addirittura cadere dal letto, spesso in risposta a sogni vividi in cui si combatte o si fugge da qualcosa. Spesso è il partner di letto a notarlo per primo.
Questo disturbo è stato descritto per la prima volta nel 1986 dal neurologo americano Carlos Schenck, che aveva osservato un gruppo di pazienti anziani con questi comportamenti notturni. Oggi sappiamo che l’RBD, soprattutto quando non ha una causa apparente come l’effetto collaterale di un farmaco, può essere un segnale molto precoce di malattie neurodegenerative, cioè malattie che danneggiano progressivamente il sistema nervoso.
C’è davvero un legame tra questo disturbo del sonno e il morbo di Parkinson?
Sì, oggi questo legame è ben documentato dalla letteratura scientifica. In uno dei primi studi a lungo termine sull’argomento, un gruppo di ricercatori dell’Università di Barcellona ha seguito nel tempo pazienti con RBD, osservando che molti di loro sviluppavano nel corso degli anni il morbo di Parkinson oppure la demenza a corpi di Lewy, una malattia neurologica che colpisce sia i movimenti che la memoria. Questa scoperta è stata poi confermata da uno studio multicentrico internazionale che ha raccolto i dati di 24 centri specializzati in tutto il mondo: su una casistica molto ampia, i ricercatori hanno confermato l’alto rischio di conversione verso malattia neurodegenerativa e hanno identificato alcuni segnali che, se presenti insieme all’RBD, aumentano ulteriormente questo rischio. Tra questi, la perdita dell’olfatto, lievi difficoltà di memoria e alcuni segni motori ancora subclinici. Una revisione sistematica con metanalisi ha poi stimato che circa un terzo di chi soffre di questo disturbo sviluppa una sinucleinopatia – termine con cui i medici indicano un gruppo di malattie che comprende il Parkinson, la demenza a corpi di Lewy e altre patologie simili – entro cinque anni dalla diagnosi, e che questa percentuale potrebbe superare il 90% nel corso di 14 anni.
Anche i brutti sogni “normali” possono essere un segnale di rischio?
Su questo punto la ricerca è ancora nelle fasi iniziali e le prove disponibili sono meno solide rispetto a quelle sull’RBD. Uno studio pubblicato nel 2022 ha analizzato i dati di tre grandi coorti di popolazione britannica. I risultati mostrano un’associazione statisticamente significativa tra la presenza di incubi frequenti e un rischio aumentato di sviluppare il morbo di Parkinson nei cinque anni successivi.
