I Pasdaran iraniani rispondono a Donald Trump minacciando «azioni devastanti», mentre i leader politici di Teheran aprono, anche se in modo molto cauto, al negoziato per trovare un accordo di pace. «Sarebbe meglio arrivare a una soluzione e metter fine alla guerra ora, quando disponiamo di forza e dignità e il mondo intero riconosce la nostra vittoria», ha detto ieri il presidente iraniano Masoud Pezeshkian a media iraniani.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Pezeshkian, la massima autorità eletta dell’Iran, si è unito così al ministro degli Esteri Abbas Araghchi e al capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, che da mesi insistono sul dialogo per chiudere il conflitto, anche ascoltando le necessità di un Paese in profonda crisi economica e sociale: la stessa intesa di massima per il cessate il fuoco accettata dagli Stati Uniti e poi miseramente sconfessata, con nuovi bombardamenti e il doppio blocco a Hormuz, era stata promossa da loro.

Il regime degli ayatollah si divide – come spesso è già accaduto, almeno nelle dichiarazioni pubbliche – in attesa che gli Stati Uniti facciano capire meglio quali saranno «le misure economiche senza precedenti» che verranno messe in atto per «isolare completamente l’Iran». Lunedì toccherà al segretario al Tesoro, Scott Bessent, dare senso alle affermazioni di Trump dei giorni scorsi. E spiegare nei dettagli in che modo si muoveranno gli Stati Uniti, che già hanno richiamato all’ordine gli alleati chiedendo collaborazione per rendere efficaci le nuove sanzioni. Ma l’appello dell’amministrazione americana si è rivolto soprattutto ai partner commerciali, aprendo un confronto difficilissimo con l’India, la Turchia e la Cina, che acquista oltre l’80% del petrolio iraniano trasportato via mare.

«Qualsiasi Paese che consenta alle proprie istituzioni finanziarie, aziende, aeroporti o enti governativi di fornire aiuti all’Iran dovrà affrontare enormi conseguenze economiche», ha scritto Trump sui social giovedì. E Bessent è stato ancora più esplicito, parlando direttamente anche ai leader di Pechino: «Faremo crollare questo regime, saranno le sanzioni più dure della storia. Ed è giunto il momento – ha detto – che i nostri alleati e il resto del mondo prendano una decisione: o con noi o contro di noi».

La Cina e gli altri Paesi chiamati in causa hanno risposto a Washington chiedendo, ancora una volta, un maggiore sforzo diplomatico, mentre il traffico a Hormuz resta quasi completamente bloccato: nonostante le rassicurazioni di Trump, negli ultimi due giorni nello Stretto sono transitate non più di dieci navi, mentre prima della guerra ne passavano almeno 130 al giorno trasportando un quinto del petrolio venduto nel mondo.

Condividere.
Exit mobile version