Giovedì la Bce dovrebbe procedere al primo rialzo dei tassi e già da alcuni mesi i rendimenti dei titoli obbligazionari sembrano essersi preparati all’appuntamento. La situazione appare decisamente diversa rispetto alla stretta che prese il via nel 2022 sulla scia dell’inflazione scatenata dalla guerra in Ucraina e si protrasse per oltre un anno. Gli addetti ai lavori stimano ritocchi più contenuti nel prossimo futuro e il fatto che i titoli di Stato, a partire dai BTp, abbiano già prezzato queste mosse potrebbe renderli attraenti soprattutto per le scadenze brevi e intermedie.
Tecnicamente non esiste una concatenazione diretta tra tassi Bce e yield dei titoli governativi. Il costo del denaro della Bce (tassi sui depositi e quello sul rifinanziamento) riguarda direttamente il mondo bancario ma va da sé che l’indicatore di politica monetaria di Francoforte è un termometro che a cascata condiziona tutto l’ambiente finanziario.
La casistica storica di strette monetarie in area euro è limitata. «L’ultima – spiega Luca Cazzulani, head of strategy research UniCredit – è quella del 2022 e 2023, quando ci fu una reazione di allargamento dello spread sul BTp, anche se abbastanza moderato, in corrispondenza dell’inizio del ciclo di rialzo. L’allargamento dello spread cominciò tre mesi in anticipo rispetto alle decisioni della Bce. Anche nei mesi scorsi, dopo lo scoppio della guerra in Iran, lo spread ha allargato, anche se in misura più modesta rispetto al 2022». Nel 2022 la situazione del Paese era un po’ diversa, con un rating meno buono di adesso lo spread girava intorno a 150 e fece picco a 250 nel settembre 2022, poi da lì è iniziata una lunga discesa. «Quello che è accaduto negli ultimi mesi – aggiunge Cazzulani – è stato un movimento contenuto. Il miglioramento del rating sovrano ha reso più fiduciosi gli investitori stranieri; inoltre rispetto al 2022 ci sono stati ulteriori segnali di coesione politica in eurozona».
Il tasso di rifinanziamento Bce sta al 2,15% e quello sui depositi al 2 per cento. Il mercato punta a un incremento del costo del denaro di un quarto di punto giovedì. Il rendimento del BTp a due anni ad esempio oggi sta al 2,9% contro il 2,2% di inizio anno. La sensazione è che il mercato si sia già portato molto avanti rispetto ai futuri interventi di Francoforte. «La nostra view – conclude Cazzulani – è che si scontano tre rialzi il prossimo anno, pensare di prezzare ulteriori rialzi richiede che si crei un ulteriore stress. Il mercato incorpora già questo scenario e quindi le scadenze intermedie (tipo 5 anni) possono diventare più stabili».
Anche Francesco Castelli, responsabile obbligazionario di Banor, sottolinea che il contesto attuale è molto diverso rispetto alla stretta avviata nel 2022. «Chiaramente – spiega Castelli – l’Italia è più indebitata della Germania e, quando i tassi salgono, deve fare attenzione alla qualità del proprio debito, ma oggi la percezione degli investitori verso il nostro Paese, che incide sui movimenti dello spread, è positiva e questo favorisce una maggiore stabilità sui rendimenti. È anche vero che non tutti i rialzi hanno lo stesso peso».
