Anche la giovane industria degli Eltif europei (28,5 miliardi di euro e 244 prodotti), in base alle masse per classe di attività, vede il debito privato la categoria più ampia, con il 33% delle masse totali degli Eltif e 74 prodotti dedicati. In termini di masse al secondo posto si collocano le infrastrutture (28%), poi il private equity (26%) con il maggior numero di prodotti (82). «Tuttavia, il segmento a più rapida crescita – spiega Justina Deveikyte, co-founder e managing partner di Novantigo Evergreen DataHub – è quello degli Eltif multi-asset, cresciuti del 93% nell’ultimo anno (dati al terzo trimestre 2025, ndr), seguiti da infrastrutture con il 68%. Se il mercato continua a essere dominato da gestori tradizionali, si sta assistendo a un grande cambiamento con l’ingresso di un numero sempre maggiore di società di private equity come Kkr, Eqt e Blackstone».

Il panorama italiano

In Italia secondo Scope a fine 2024 (non ci sono altri dati disponibili, neanche da Assogestioni), gli investitori italiani detenevano 3,5 miliardi di euro in Eltif, rendendo l’Italia il secondo mercato più grande in Europa: nel 2025 sono stati comunque lanciati circa 40 nuovi Eltif. Tra i nuovi asset manager che hanno posto le basi nel nostro Paese figurano Ares, Blackstone, Eqt, Hamilton Lane, Invesco, Kkr, Morgan Stanley, Muzinich & Co. e StepStone.

Tra le novità dell’ultimo anno c’è anche la distribuzione degli Eltif su piattaforme online come Fundstore dove in autonomia si possono acquistare Eltif 2.0, permettendo agli investitori retail di accedere ai mercati privati con soglie a partire da mille euro. Tra le soluzioni presenti sulla piattaforma di Fundstore ci sono di Amundi, BlackRock, Apollo e JPMorgan. Sempre in autonomia si può investire in Eltif 2.0. con la piattaforma di Trade Repubblic a partire da 1 euro, mentre con Scalable Capital si accede al fondo di Private Equity Eltif di BlackRock con 10mila euro.

Opportunità e rischi

L’attrattiva degli Eltif 2.0. sta nelle cosiddette finestre di liquidità periodiche, con dei limiti spiegati nel prospetto di ogni prodotto. È possibile un’uscita parziale o totale dall’investimento in temi più brevi di quelli della naturale scadenza. Comprare debito privato, o quote di un’azienda non quotata con gli Eltif 2.0 o con altri fondi di private debt, da una parte apre ad alte opportunità di guadagno, dall’altra però – va detto a chiare lettere – che è cosa ben diversa dall’investire in bond e azioni quotate data la minore liquidità degli investimenti in portafoglio . Le dinamiche di selezione e gestione degli investimenti sono più complesse e richiedono capitale paziente. Si possono correre rischi diversi da quelli che caratterizzano i mercati pubblici. Per questo «l’educazione finanziaria è decisiva per spiegare a chi approccia questi prodotti, sia la complessità dei processi di investimento dei fondi private markets diversi da quelli del quotato – spiega Federico Vettore, capo europeo della divisione mercati privati di Morgan Stanley Im – sia si deve spiegare la natura di questi prodotti per i quali un orizzonte temporale lungo è indispensabile. Ecco perché anche quando sono previste le finestre di uscita, come nel caso dei fondi evergreen, è bene capire che i limiti di disinvestimento massimo imposti agli investitori dal regolamento dei fondi di questo tipo esistono per mitigare i rischi connessi ad un eccessivo disinvestimento visto il sottostante illiquido, che andrebbe altrimenti svenduto per creare cassa. Quando investiamo in private credit ogni operazione è un operazione che ha una analisi proprietaria e un’approfondita due diligence con un costo ben dettagliato che va a formare il prezzo finale del prodotto. La trasparenza deve essere prioritaria». Con il regime Eltif 2.0 il regolatore ha posto vincoli ben precisi al gestore (limiti d’investimento e obblighi rigorosi in materia di adeguatezza e liquidabilità) ma ha anche consentito all’investitore retail di poter liquidare il suo investimento con più facilità. «Ma attenzione la valorizzazione del Nav in un fondo semiliquido è diversa da quella di uno con titoli quotati- aggiunge Vettore – e soprattutto nella fase iniziale il gestore deve minimizzare cash drag».

Rischio cash drag

Il cash drag è quel rischio che, specialmente nelle fasi iniziali di lancio di un fondo evergreen o prodotto simile può verificarsi se il gestore raccoglie capitale senza riuscire a investirlo rapidamente in attività illiquide. Di fatto è l’impatto negativo sui rendimenti complessivi causato dalla detenzione di liquidità o strumenti a basso rendimento, anziché investimenti in asset privati ad alto rendimento, a causa dei tempi necessari per il dispiegamento del capitale. Negli Eltif tra la raccolta di capitali e l’effettivo impiego potrebbe passare del tempo e se il gestore non è preparato alla distribuzione, questo può essere un elemento di distinzione tra gestori performanti e meno performanti. I nuovi Eltif 2.0 permettono strutture semiliquide. Tuttavia, i gestori devono mantenere per regolamento una parte di liquidità per soddisfare le richieste di riscatto il che può aumentare il cash drag. «Allo stesso modo le finestre di uscita quando possibili non devono consentire un’uscita disordinata degli investitori – aggiunge ancora Vettore -. Perché se vero che i fondi promettono liquidità periodica, tuttavia investendo in asset illiquidi non devono essere forzati a vendere gli asset in un momento di tensione, rischiando di erodere valore penalizzando gli investitori di lungo periodo».

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