«Se non ci fosse stato questo shock, avremmo alzato le previsioni di crescita globale. Ma ora, anche il nostro scenario più favorevole indica un ribasso». L’analisi della direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, non può che confermare quanto già indicato da ogni ufficio sudi si sia cimentato sugli effetti della guerra in Iran. Quanto ampia sarà la differenza rispetto alla crescita, che ci sarebbe stata senza questo conflitto, e quindi quanto alto sarà il dazio che il mondo dovrà pagare, dipenderà dalla sua durata e dai danni che si lascerà alle spalle.
La frenata
Georgieva ha parlato giovedì 9 aprile dal quartier di Washington, dove la settimana prossima si terranno gli incontri di primavera dell’Fmi e della Banca mondiale, con la pubblicazione delle previsioni aggiornate. Al termine del consueto discorso che sempre lancia le riunioni delle due istituzioni, Georgieva ha sostenuto una conversazione con il presidente del Council on Foreign Relations, Michael Froman, un’analista politico.
La guerra in Medio Oriente ovviamente dominerà le discussioni. Senza fornire cifre, per quelle si dovrà aspettare fino a martedì, la numero uno dell’Fmi ha indicato che ci si aspetta un indebolimento del quadro generale, nonostante la spinta che continua ad arrivare dagli investimenti nell’intelligenza artificiale.
A gennaio, il Fondo aveva stimato un aumento del Pil globale del 3,3% per il 2026, identica a quella registrata nel 2025. Con una correzione al ribasso, le previsioni indicherebbero pertanto una frenata, rispetto a un tasso di crescita che è già storicamente basso.
L’Fmi illustrerà diversi scenari possibili, con ipotesi di partenza di diversa gravità, che portano a effetti proporzionati sull’economia mondiale. Tuttavia, i danni subiti dalle infrastrutture, le interruzioni delle forniture, la perdita di fiducia e altri effetti durevoli, sono già tali, da portare appunto a una revisione al ribasso, anche nello scenario più favorevole.