Lo smartphone è una memoria personale sempre accesa. Samsung sembra averlo capito bene e con il Galaxy S26 Ultra prova a partire proprio da lì: dalla privacy. La novità più interessante è il Privacy Display. Un nome da marketing, ma con un’idea concreta dietro. Lo schermo riduce l’angolo di visione laterale: chi guarda di lato vede quasi nulla, chi tiene il telefono davanti invece continua a leggere normalmente. È come avere una pellicola privacy integrata nello schermo, ma intelligente: si può attivare solo su alcune app, per esempio banca, mail o chat. In metropolitana, in treno, in aeroporto — luoghi dove il vicino di sedile diventa improvvisamente curioso — è una funzione che ha senso.
È una di quelle innovazioni che non fanno rumore ma raccontano bene dove sta andando lo smartphone. Non solo più potente. Più protetto.
Non è perfetta. Alcuni recensori segnalano che quando la tecnologia entra in azione il testo può sembrare leggermente meno nitido e che alla lunga può affaticare gli occhi. È il classico compromesso tecnologico: più sicurezza, qualche piccolo sacrificio visivo.
Tolto questo esperimento interessante, il Galaxy S26 Ultra è un concentrato della solita ingegneria Samsung. Il telefono gira su uno dei chip più veloci disponibili nel mondo Android, lo Snapdragon di ultima generazione, e muove senza sforzo uno schermo enorme da quasi sette pollici con refresh a 120 Hz. È uno schermo che sembra una finestra aperta sul web: luminoso, fluido, quasi ipnotico.
La fotografia resta uno dei terreni dove Samsung gioca per vincere. Il sensore principale da 200 megapixel lavora insieme al teleobiettivo periscopico per avvicinare i soggetti senza distruggere i dettagli. Di notte il telefono si comporta come un piccolo laboratorio fotografico portatile: luce, stabilizzazione, algoritmi. In pratica una steadycam e una camera compatta dentro una tasca.
