Storie Web mercoledì, Febbraio 28
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“Benjamin Netanyahu è un ostacolo, il principale ostacolo, alla pace tra Israele e Palestina e alla stabilità del Medio Oriente”: lo dice Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, in un’intervista con Fanpage.it, parlando della guerra a Gaza e della petizione lanciata dal suo partito perché il premier israeliano venga processato per crimini di guerra.

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A Gaza è in corso uno sterminio di civili sotto gli occhi della comunità internazionale. A dirlo è Nicola Fratoianni – segretario di Sinistra Italia, nonché uno dei leader dell’Alleanza Verdi e Sinistra – in un’intervista con Fanpage.it sul conflitto in Medio Oriente. A oltre cento giorni dallo scoppio della guerra tra Israele e Hamas, il timore per l’allargamento del conflitto si fa sempre più reale, con le tensioni che aumentano nel Golfo e nel Mar Rosso. E nella Striscia di Gaza le vittime civili continuano ad aumentare, mentre la crisi umanitaria non fa che aggravarsi.

Cos’è che la comunità internazionale evidentemente non sta facendo per salvare le vite dei civili?

La comunità internazionale è immobile di fronte a uno sterminio. Gaza rappresenta l’area più densamente popolata al mondo, anche se è molto piccola: ci sono 2 milioni e mezzo di persone che non sanno dove rifugiarsi, mentre da ormai 100 giorni si rovescia su di loro una pioggia di piombo e di fuoco. Tra bombardamenti continui e operazioni di terra, ormai sono stati raggiunti i 25mila morti, tra cui migliaia di bambini e di bambine. Di fronte a tutto questo, la comunità internazionale si limita a degli appelli. Il governo italiano ha detto molte volte che Israele ha diritto di difendersi, ma nell’ambito del diritto internazionale umanitario: è evidente a tutti che quel diritto internazionale umanitario è stato ormai stravolto in misura indegna. Ed è evidente il doppiopesismo e l’ipocrisia di una comunità internazionale che, ad esempio, in Ucraina giustamente richiama il diritto internazionale, ma che nella guerra tra Israele e Gaza, che è diventata una gigantesca punizione collettiva nei confronti dei palestinesi, scompare. Il diritto internazionale non c’è più. Non c’è nella risposta israeliana al 7 ottobre e non c’è da troppi anni in quella terra.

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Voi avete chiesto al governo di sostenere l’istanza presentata dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia perché Israele venga indagato per crimini di guerra…

Parlare di Israele è troppo vago. Israele è fatto di un popolo intero verso il quale non ho alcun sentimento di inimicizia, anzi il contrario. Benjamin Netanyahu è un’altra cosa. Sta compiendo coscientemente crimini di guerra. Il Sudafrica ha aperto una causa al Tribunale penale internazionale dell’Aja per genocidio. Si può discutere della definizione, ma quello che è indiscutibile è che i crimini di guerra in corso a Gaza siano una responsabilità del governo israeliano. Servirebbe sostegno all’iniziativa sudafricana, cioè un intervento di carattere diplomatico che faccia pesare le relazioni di amicizia storiche tra il nostro Paese, la comunità europea e Israele. Non certo per reciderle, ma per incidere su quello che accade: non è accettabile che Benjamin Netanyahu possa dire che nulla lo fermerà, né il Tribunale penale internazionale, né le pressioni internazionali.

Secondo lei, finché Netanyahu resterà al potere, sarà possibile parlare di pace?

Credo che sia molto difficile. Credo che Benjamin Netanyahu – da molti anni, non solo in occasione di questa guerra terribile – sia protagonista di una politica che ha sistematicamente incendiato il Medio Oriente. Sia nella sua dimensione allargata che, in particolare, nel rapporto tra israeliani e palestinesi. Benjamin Netanyahu ha a lungo intrattenuto rapporti più che opachi con Hamas, salvo poi, come è capitato dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre – verso il quale la nostra condanna è stata netta e senza alcuna ambiguità – scatenare la guerra che stiamo vedendo. Io penso che Benjamin Netanyahu sia un ostacolo, il principale ostacolo, alla pace non solo tra Israele e Palestina, ma alla stabilità del Medio Oriente.

Avete presentato una raccolta firme per il sostengo di cinque punti: il cessate il fuoco, l’immediato ritorno dei profughi palestinesi nelle proprie case, gli  aiuti umanitari ai civili palestinesi, la garanzia di indagini internazionali indipendenti sui crimini di guerra e l’azione per impedire che il governo inciti al genocidio. Qual è l’obiettivo di questa iniziativa?

È una raccolta di firme per cercare di allargare l’attenzione su una situazione che larga parte dei media continua a trattare spesso e volentieri con un tratto di ipocrisia generale, come se quello che sta avvenendo fosse normale. Siamo già a 30.000 firme, vogliamo arrivare a 100.000 per cercare di sfruttare ogni strumento che allarghi la coscienza su quello che sta accadendo. Sono convinto che sia urgente il cessate il fuoco per fermare il massacro dei palestinesi di Gaza, ma anche perché senza un cessate il fuoco, senza una pace giusta e senza il riconoscimento del diritto internazionale, sarà più difficile garantire il ritorno in salute degli ostaggi ancora prigionieri di Hamas. E sarà difficile costruire la sicurezza piena dello Stato di Israele, che ha diritto di vivere in piena sicurezza, ma deve costruirla insieme ai palestinesi.

C’è anche il tema, come si diceva prima, della stabilità regionale. Vediamo quello che accade anche in Iran, Yemen e Libano: il conflitto si sta allargando?

L’impressione, ora dopo ora, è che il conflitto possa non solo allargarsi, ma esplodere con conseguenze inimmaginabili. Il Medio Oriente è di fronte all’Europa, ci riguarda sul piano delle politiche economiche, della politica estera, delle culture, delle relazioni, delle politiche migratorie. Ci sono centinaia di questioni che hanno a che fare con il nostro rapporto con il Medio Oriente e infiammare quell’area rischia di produrre una spirale le cui conseguenze sono semplicemente inimmaginabili.

Ogni giorno Israele colpisce le postazioni di Hezbollah in Libano, avvicinandosi a una guerra con Hezbollah che è un partito, oltre che una milizia, che nel Paese ha un suo radicamento. Poi c’è l’Iran, che ogni giorno rischia di essere trascinato nel conflitto. Quello che succede in Yemen, con gli Houthi, è sotto gli occhi di tutti: parlo della tensione nel canale di Suez, del coinvolgimento già militare di Stati Uniti e di Gran Bretagna in particolare, del rischio che anche il nostro Paese venga trascinato in questa dinamica. Insomma, mi pare evidente che le tensioni rischiano di allargarsi a tutti i protagonisti della regione, compreso l’Egitto. Che su quel valico a Rafah è in questo momento in una condizione di grande difficoltà rispetto alla pressione israeliana che vorrebbe nei fatti deportare i palestinesi di Gaza.

Tornando alla prospettiva di un processo di pace, quanto è importante in questo senso il riconoscimento, da parte della comunità internazionale, di uno Stato di Palestina e dell’Autorità nazionale palestinese come interlocutore?

Credo che sia decisivo. Il nostro Paese non l’ha ancora fatto, nonostante il Parlamento si è espresso già ormai qualche anno fa in questa direzione, impegnando il governo a farlo. Sarebbe un un atto simbolico, ma dal peso sostanziale sul terreno politico, che serve. Così come servono politiche concrete che portano in quella direzione. Servirebbe poi esercitare una pressione perché venga rilasciata una personalità che in Palestina gode di grande credito e potrebbe ricostruire una leadership laica e affidabile: sto pensando a  a Marwan Barghuthi, da decenni rinchiuso nelle carceri israeliane e, nonostante questo, ancora oggi in cima a tutti gli indicatori di popolarità del popolo palestinese. Sarebbero scelte che vanno nella direzione opposta a quella seguita in questi anni, che a partire dalla leadership di Netanyahu, ha incitato e alimentato il fondamentalismo sia dal lato dei coloni, che hanno moltiplicato i loro insediamenti, che da quello delle organizzazioni di stampo fondamentalista islamico, come Hamas o la Jihad.

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