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Paolo Faragò in un’intervista a Fanpage ha parlato della sua nuova vita dopo l’addio al calcio giocato. L’ex centrocampista del Cagliari, a seguito di questa decisione presa per via dei troppi infortuni, oggi è diventato produttore di vino.

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“Ho abbandonato il calcio perché era diventato insostenibile reggere un allenamento ma anche fare solo una passeggiata per strada”. Paolo Faragò ha collezionato ben 101 presenze in Serie A e 132 in B divise con le maglie di Novara, Cagliari, Bologna, Lecce e Como prima di dare il suo addio al calcio giocato a soli 31 anni. Troppi infortuni hanno frenato la sua carriera, specie negli ultimi anni, costringendolo a uno stop forzato.

In un’intervista a Fanpage, Faragò racconta come si sia subito rimesso in pista, lontano dal mondo del calcio che oggi segue in maniera sporadica (“solo per il fantacalcio”). L’ex centrocampista del Cagliari è rimasto in Sardegna poiché ha subito stretto un forte legame con questa terra. Qui ha iniziato a produrre vino dando vita alle Tenute Faragò dopo aver acquistato un terreno a 15 chilometri da Cagliari. “Ho iniziato a esplorare questo mondo e studiarlo per poi diventare sommelier nel 2020 dopo essermi iscritto a un corso”. L’inizio di una nuova vita lontana dal calcio giocato.

Faragò in azione con la maglia del Cagliari.

Faragò in azione con la maglia del Cagliari.

Il ritiro dal calcio a un età mediamente giovane. Ci dici come sei arrivato a questa decisione?
“Dal maggio 2019 ho avuto il mio primo problema all’anca, da lì ho avuto 13 interventi prendendo farmaci tutti i giorni ma la la situazione stava peggiorando sempre di più e negli ultimi 6 mesi stava diventando insostenibile anche nella quotidianità”.

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Quando hai capito che non avresti più potuto giocare?
“Dopo il primo intervento sembrava che fosse andato tutto per il meglio. Avevo fatto 5 mesi di riabilitazione e poi ho subito giocato titolare la prima partita utile facendo gol. Mi sembrava di stare molto bene ma in realtà da lì in poi non è stato così”.

La situazione si è poi aggravata?
“Feci un grosso intervento che doveva essere risolutivo ma già a due settimane da quell’operazione non mi sentivo particolarmente bene e così un paio d’anni fa ho capito che avrei avuto una data di scadenza abbastanza veloce. Ho cercato sempre di tamponare guardando nel breve periodo per poter essere disponibile. Quando però mi sono poi fermato per un problema alla spalla, rientrando mi sono accorto di avere dolori che non avevo mai sentito e facendo alcune visite ho avuto la certezza delle mie sensazioni”.

Poi cos’è successo?
“A maggio 2019 a Cagliari, a 5 giornate dalla fine ebbi uno scontro in allenamento che mi portò ad avere un problema all’anca. Sono stato fuori 5 mesi e da quel maggio 2019 ho fatto altri 13 interventi chirurgici. Ne ho fatto 4 abbastanza invasivi mentre altri meno”.

Faragò col Cholito Simeone a Cagliari.

Faragò col Cholito Simeone a Cagliari.

A un certo punto della tua carriera si parlava anche di Faragó in nazionale.
“Non ne ho idea, però anche a me arrivò quella voce e in quel periodo prima di Mancini era stata convocata mezza Serie A”.

Calabrese di nascita ma nella tua carriera hai cominciato a giocare al Novara. Come è iniziato tutto?
“Sono nato a Catanzaro poi quando avevo 3 anni la mia famiglia si è trasferita a Novara. In Calabria ci torno tutti gli anni e mi sento calabrese al 100%”.

A Novara hai lasciato grandi ricordi ma a Cagliari ti sei consacrato. Cosa ha rappresentato per te la Sardegna?
“Non dico che sia stato amore a prima vista perché sono arrivato a gennaio, di sera, e non sapevo neanche dove localizzare Cagliari in Sardegna prima di guardare la cartina. Insomma, non la conoscevo. Poi qui ho realizzato il sogno di esordire e giocare in Serie A e fin da subito c’è stato un legame che è scattato con questa terra. Io e mia moglie ci siamo innamorati immediatamente di questa realtà. Ci siamo trovati in sintonia con le persone e con determinati ritmi. Ogni volta che andavamo in giro ci sembrava di essere a casa. La Sardegna ha rappresentato anche il nostro diventare famiglia”.

Il primo messaggio che ti è arrivato dopo il ritiro?
“Il mio procuratore perché è stato strano. Non mi aspettavo così tanto affetto e tanti messaggi. Nella mia testa mi sembrava una cosa normale quella di dare l’addio al calcio visto ciò che era stato il mio ultimo anno da calciatore. Per alcuni avevo già smesso due anni fa. Invece il mio procuratore, che mi ha accompagnato per tutta la carriera, anche lui era con me quando ho rescisso il contratto ed era tranquillo. Poi però mi ha scritto la mattina dopo dicendomi che era davvero dura pensando al mio ritiro”.

Come è iniziata la passione per i vini?
“Non arrivo da un contesto familiare legato alla produzione di vino. Il vino nella mia famiglia è sempre stato presente a tavola come motivo di condivisione e allegria anche se inizialmente non bevevo. Poi da giovane ho iniziato ad assaggiare qualche vino e ho visto che c’era un mondo dietro a questo settore”.

E così hai deciso di intraprendere questa strada?
“Ho voluto un po’ approfondire il motivo per cui ci fosse così tanto interesse e ho iniziato a girare per territori e cantine. Dopo essermi iscritto a un corso sono diventato sommelier nel 2020 e vedendo che mi piaceva tanto ho pensato di iniziare a produrre vino. Ho acquistato un terreno a 15 km da Cagliari e così sono partito con questa nuova avventura che mi lega anche alla Sardegna nel post carriera”.

Faragò e la sua esposizioni di vini.

Faragò e la sua esposizioni di vini.

Da calciatore e imprenditore, qual è stato, se c’è stato, l’aspetto più difficile che hai incontrato?
“Da calciatore la mia quotidianità era gestita da altri sottostando a determinati orari mentre qui invece l’agenda me la creo io e magari inizialmente è stata questa la difficoltà più grande. Sto capendo però che è meglio fare poco per volta gestendo i vari appuntamenti. Darmi delle scadenze, ecco, questa è la difficoltà al momento”

I guadagni di una carriera da calciatore chiaramente aiutano ad intraprendere un nuovo percorso, ma c’è qualcosa che va oltre il denaro e hai dovuto mettere di tuo?
“Sicuramente la passione perché io da calciatore non ho guadagnato così tanto da potermi permettere di sperperare ed affidarmi totalmente ad altre persone. Ma quando arrivi da un mondo dove si guadagna devi capire anche a chi affidarti. Bisogna conoscere le dinamiche di un determinato mondo, come il vino in questo caso. Sta tutto nel riuscire a studiare prima determinate cose. Bisogna comunque continuare a crescere e innovarsi sulla produzione e la lavorazione del vino”.

L'esultanza di Faragò con la maglia del Novara.

L’esultanza di Faragò con la maglia del Novara.

La nuova giornata di Paolo Faragò lontana dal calcio?
“Non ho degli appuntamenti fissi. Ogni settimana è diversa dall’altra proprio in virtù di questa nuova attività legata alla produzione di vino”.

Se dovessi scegliere: che tipo di vino ti definiresti?
“Mi definirei un Cannonau di Sardegna, anche se non credo di rispecchiarmi in lui. Ma credo fortemente in questo uvaggio”.

Il momento più bello che ricordi nella tua carriera da calciatore.
“I momenti più belli in realtà sono tre. Il primo anno al Novara sicuramente. Ad aprile 2013 giocammo contro il Sassuolo di Berardi con Di Francesco in panchina. Noi eravamo forti avendo anche giocatori del calibro di Seferovic e Bruno Fernandes in squadra. All’ultimo minuto di quella partita eravamo 2-2 in casa, l’allenatore mi fece entrare per perdere tempo ma io segnai il gol del 3-2. Per me fu un’emozione bellissima con lo stadio pieno di gente”.

E poi?
“Il secondo nel 2019 dopo il lungo infortunio e il mio ritorno a Cagliari da titolare contro la SPAL: segnai dopo 5 mesi di infortunio. L’ultimo ricordo è invece relativo alla mia ultima partita a Lecce a tre giornate dalla fine nello scontro diretto col Pisa per andare in Serie A. Lì segnai il gol del 2-0 sotto la curva in uno stadio caldissimo. Faccio fatica ad eleggerne uno e per questo li nomino tutti e tre”.

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