Storie Web domenica, Febbraio 22
E ora cosa succede? Breve guida sul “day after” della sentenza che ha annullato i dazi di Trump

Cosa succede ora? All’indomani della sentenza della Corte Suprema che ha annullato i dazi introdotti nei mesi scorsi dal presidente Usa Donald Trump, perchè ritenuti illegittimi, ci si interroga su cosa potrà accadere, da un lato e dall’altro. Su come reagirà il capo della Casa Bianca, “vittima” principale della sentenza, e come si muoveranno le aziende statunitensi e le economie dei Paesi che si sono visti togliere, almeno per il momento, questo pesante fardello.

Ci si chiede, ad esempio, se quanto incassato finora grazie ai dazi dovrà essere restituito. Oppure, se il presidente Usa potrà reintrodurne di nuovi, seguendo un percorso legislativo diverso. E come verranno gestiti gli accordi già conclusi.

Le cifre già spese saranno rimborsate?

La prima questione, se cioè la cifra sborsata finora (tra i 115 e i 175 miliardi di dollari; ma c’è chi parla addirittura di 200 miliardi) dovrà essere in qualche modo “rimborsata” alle aziende che l’hanno dovuta pagare per importare merci negli Stati Uniti, è forse il punto più incerto e difficile da sbrogliare. A esplicite domande, poste a Trump in conferenza stampa, il capo della Casa Bianca è stato vago e ha preferito attaccare i giudici che gli hanno messo un bel bastone tra le ruote. Dal momento che la sentenza di ieri era molto attesa, alcuni attori del mercato interno statunitense avevano esplorato la possibilità preliminare di appellarsi a questi balzelli, chiedendo un anticipo di rimborso. Ora che è ufficiale, che questi dazi sono illegittimi, la strada per gli importatori Usa dovrebbe essere più spianata. Salvo nuovi ostacoli o contromisure.

Cosa farà Trump?

Sulle modalità con cui introdurre nuovi dazi, il presidente americano ha altri strumenti a sua disposizione. I dazi annullati ieri, infatti, erano in vigore grazie a una legge di quasi 50 anni fa, l’International Emergency Economic Power Act (IEEPA), che ha consentito a Trump di sganciarli aggirando il potere del Congresso, la sola istituzione negli Stati Uniti che ha la facoltà di introdurre nuove tasse. Salvo situazioni di emergenza, com’era appunto quella invocata dal tycoon per ritenere necessarie misure protezionistiche. Ma la Corte suprema gli ha detto di no proprio perché non ha ravvisato un contesto emergenziale tale da giustificare questa eccezione, ribadendo che solo il Congresso ha il potere di aumentare le tasse.
 

Cosa accade agli accordi già chiusi?

In queste ore la domanda che forse interessa di più gli attori economici globali, a tutti i livelli, è se gli accordi sottoscritti con gli Stati Uniti saranno soggetti a rinegoziazione, essendone venuta meno la ragione principale. O, meglio, l’arma di ricatto politico con la quale Trump aveva forzato la mano e spinto vari Paesi, dal Regno Unito al Giappone, passando per l’Unione europea, a trattare e, nella maggior parte dei casi, a cedere alle pressioni, dicendo sì ad accordi molto vantaggiosi per gli Usa e meno per le controparti.

Diverso il caso di trattative non ancora concluse, come nel caso della Cina, o di quegli accordi siglati ma non ancora diventati effettivi. Il margine di tempo che si è aperto, e prima che Trump si muova e magari riesca ad approvare nuove leggi costituzionalmente legittime, consente ai Paesi colpiti di attuare azioni di protezione delle proprie economie.

Le alternative

Qualsiasi cosa decida di fare Trump, a mente “lucida” e senza l’istintiva rabbia della reazione a caldo, è chiaro che, leggi alla mano, gli servirà un tempo lungo. Solo l’International Emergency Economic Power Act, infatti, gli consentiva di attivare nuove tariffe in maniera immediata e senza ostacoli di sorta. La decisione di imporre dazi globali al 10% è la prima di una serie di contromisure annunciate e tecnicamente possibili. C’è ad esempio una legge del 1962 che permetterebbe di imporre tariffe maggiorate su acciaio, alluminio e componentistica per l’automotive; dopo, però, una lunga azione ispettiva del Dipartimento al Commercio, fatta di audizioni, indagini, studi. C’è poi una legge del 1974 con cui potrebbe attivare dazi per 150 giorni fino a un massimo del 15%, una soglia di gran lunga inferiore rispetto a quelle che era riuscito a imporre.

Sta di fatto che, nell’incertezza globale – che si riflette sull’andamento delle Borse, in ripresa ma senza impennate -, uno scenario in continua evoluzione disorienta l’economia, impedisce di prendere decisioni ponderate e proietta un’ombra di isteria sui mercati internazionali.

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