Storie Web venerdì, Gennaio 16
Dry January, lo sprint dell’Italia nelle vendite dei prodotti senza  alcol

Dal boccale al flûte, fino al tumbler: l’onda zero alcol coinvolge anche i consumi italiani. Prima furono le birre, poi sono arrivati i vini e gli “spirits” dealcolati: gin, vermouth, rum e bitter si presentano in versione alcol free, e anche i brand “tradizionali” più prestigiosi non disdegnano questa evoluzione. C’è poi il successo di prodotti con un’identità tutta propria, che non sono la versione “astemia” del rispettivo alcolico: è il caso della kombucha, bevanda fermentata, leggermente frizzante e acidula, ottenuta da tè, storicamente diffusa nei paesi dell’est ma che ora sta conquistando il mondo.

No-Lo ancora una nicchia? Ecco i numeri

Secondo le stime Iwsr (International Wine and Spirits Record) ripresi da Federvini, il mercato globale delle bevande no e low-alcol (No-Lo) è destinato a crescere di oltre 4 miliardi di dollari entro il 2028. In Italia, come emerge dai dati dell’Ufficio Studi Coop e Nomisma su dati Euromonitor elaborati per Food24, le vendite a volume di vino, spirits e birra no alcol hanno raggiunto i 31,8 milioni di litri nel 2025, il 14,8% in più rispetto al 2022 (+9,5% per il vino, +31,1% per gli spirits e +31,3% per la birra) e dovrebbero superare quota 37 milioni di litri nel 2029. A livello europeo si tratta della seconda performance di crescita tra i quattro Paesi analizzati dopo quella del Regno Unito (+96,1%) e poco al di sopra della Germania (+10,9%); all’ultimo posto c’è la Francia (+5,3%). Sempre negli ultimi tre anni, invece, gli stessi prodotti nella tradizionale versione alcolica sono calati complessivamente del 2,7%. Sul fronte del low-alcohol, birra e vino hanno segnato +9,5%, mentre gli spirits +14,8%.

Si tratta di un fenomeno molto piccolo in termini assoluti, ma in forte crescita. I vini No-Lo che valgono lo 0,1% del mercato secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly per un controvalore di 3,3 milioni di dollari che tuttavia, secondo le stime Iwsr, dovrebbe raggiungere i 15 milioni nei prossimi 4 anni, con un Cagr atteso del 47,1%. Le birre analcoliche valgono il 2% secondo l’ultimo report Assobirra e stanno conquistando quote nel mondo alcol free: da una fetta del 24% nel 2022 al 33% del 2029 secondo l’ufficio studi Coop. Per gli “spirits 0%” siamo addirittura ancora nell’ordine dei centinaia di litri acquistati in Italia.

Parte di un trend di consumi più ampio

«Da sempre, per gli italiani, il cibo è la migliore metafora dello spirito dei tempi. E da alcuni anni le scelte di acquisto alimentare ci raccontano – commenta Albino Russo, direttore generale di Ancc-Coop – come il benessere passi dalla tavola. I cibi “senza” sono sempre più protagonisti e il nuovo mercato del No-Lo si inserisce in questo nuovo sentire degli italiani. Per queste bevande siamo ancora in una dimensione esplorativa, che vede i giovani e le donne come precursori di un trend che sembra rafforzarsi anche in altre fasce sociali e demografiche». Sempre secondo l’Ufficio Studi Coop e Nomisma, infatti sono 15,4 milioni gli italiani che preferiscono una bevanda alcohol-free anche quando potrebbero consumare alcolici. Il 43% degli italiani è interessato a consumare vini low-alcol (47% tra i Millennials), mentre il 24% è curioso di provare vini totalmente analcolici (31% tra la Gen Z). Per quanto riguarda gli spirits, il 15% dei consumatori è interessato a provarli low-alcol e l’8% completamente dealcolati.

Anche i grandi brand si adeguano

A confermare che non si tratta di una moda passeggera è l’ingresso dei marchi storici. A settembre 2025, Beefeater – tra i gin più premiati al mondo – ha lanciato Beefeater 0.0%, la sua alternativa analcolica che conserva l’iconico profilo aromatico con note agrumate e ginepro, ma senza alcol. «Perfettamente in linea con il trend del consumo moderno», spiega Pernod Ricard Italia, che lo produce. Il prodotto nasce dall’aggiunta dell’essenza di Beefeater London Dry ad una base analcolica, con un profilo botanico ottenuto da aromi naturali.

Condividere.
Exit mobile version